Trentuno (maggio).

Otto chili di bagaglio a mano.
Ventitré chili di bagaglio da stiva.
Una borsa.
Vuoi imbarcare un bagaglio in più? Se avessi due mani in più, magari sì.

Ma nel più verosimile dei casi ho trentuno chili a disposizione per il mio trasloco ufficiale.

Ho cominciato a mettere i libri negli scatoloni, arrivando a una selezione di dieci libri. Troppi. Pesano troppo. Probabilmente tre finiranno nella valigia.

Ho cominciato a mettere i libri negli scatoloni, compreso quello che mi avevi regalato la sera del nostro primo appuntamento e ho cominciato a piangere mentre leggevo le parole con cui avevi riempito la prima pagina, per me. Ho pensato di strappare via la pagina. Alla fine non l’ho fatto.

Sto male.

Esco con un ragazzo nuovo.

Mi ha detto con fare distratto che pensava ci fossimo lasciati da più tempo.

A me l’ultimo mese e mezzo pesa come se fosse un anno. Saranno tutte le cose successe, sarà il numero di scatoloni portati in deposito. Sarà il numero di aerei che sto prendendo. Mi sveglio in un posto e mi addormento in un altro. Sarà il numero di persone conosciute.

Esco con un ragazzo nuovo.

Che cazzo faccio.

Tra quindici giorni avrò in mano le chiavi della nuova casa.

Trentuno chili di cose da scegliere. Tra tutto. Tutto quello che rende casa una casa.

Non saluto nessuno.

Otto.Quattro.Duemiladiciassette

O anche: di come, leggendo la scadenza di un medicinale al Febbraio Duemilasedici, abbia pensato Mah, è scaduto da soli due mesi.

Chiamare le cose con il proprio nome aiuta. Così dicono. A me non è mai sembrato, a dire il vero.

Mi sento depressa.

L’inculata estrema di essere una persona disforica è che posso anche sentirmi depressa, ma una parte del mio cervello continuerà a dare l’impulso di reagire, salvo poi sfociare nella rabbia di non riuscire a farci proprio un cazzo.

Mi capita di invidiare quelle persone che si chiudono in casa, stanno a letto e non riescono a fare niente. Così come quando durante l’adolescenza invidiavo le persone bulimiche. Avrei sempre voluto essere capace di infilarmi delle dita in gola e vomitare dopo essermi abbuffata, invece no. Non ci sono mai riuscita. Mangio e spero che qualche folletto della liposuzione agisca durante la notte.

Mi ha sempre fatto rabbia reagire. Tagliarmi invece di suicidarmi, mangiare al posto di non mangiare, continuare a vivere invece di morire.

Mi sento depressa, dicevo, e non ci voglio fare nulla.

Tanto reagire a cosa serve?

Tra un mese mi trasferisco in un altro Stato.

Non mi va, non ne ho voglia.

Quindi ho mandato domande in ulteriori altri Stati.

Mi sembra coerente.

Vorrei essere una di quelle persone che stanno male, allora ricevono un sacco di doni, tra cui una casa e degli animali domestici. Avere un cane gigante mi aiuterebbe un sacco. Anche avere una sala palestra. E una biblioteca. E tantissimi fiori.

Se torno dal suddetto Stato, mi prendo un cane.

E vaffanculo a tutti.

Distanze

Esistesse la possibilità di cancellare i tatuaggi dopo anni, su una qualche parte della mia pelle svetterebbero tre piccole parole che mi porto nel cuore dalla sera in cui passai ore in macchina con la coda alla barriera per uscire dalla mia Milano.

Sei morto e quando lo realizzo piango un po’. Che sia in auto la mattina o la sera, mentre scrivo un po’.

Almeno non soffre più, ci ripetiamo queste poche parole, ma in verità è straziante pensare che non ci sarai più. E ancora più straziante è pensare che nessuno di noi riusciva a vedere quello che tutti abbiamo visto quando ti abbiamo trovato nella bara aperta. Da vivo, qualche ora prima, non sembravi così.

La speranza.

La speranza acceca. Non ti fa vedere la realtà – e forse, per qualche motivo, è meglio che sia così.

Io non so reagire ai sentimenti. Metto davanti a me distanze.

Non l’ho detto quasi a nessuno che non ci sei più. Forse a dieci persone per cause di forza maggiore.

Ogni tanto penso che ti telefonerò una sera di queste, per sapere se sei riuscito a mangiare o se ti va che venga a farti un po’ di compagnia, anche se poi non riusciresti a parlare per più di cinque minuti spacchettati in frazioni fatte di secondi.

Penso che non ti ho mai presentato nessuno dei ragazzi con cui sono stata o sono uscita, ma avrei voluto farti conoscere emmedi e so che l’avresti adorato e mi avresti chiesto da dove l’avevo tirato fuori uno così.

Invece metto davanti a me distanze.

Tra qualche settimana dovrò chiudere gli scatoloni e preparare una valigia, cambiare nazione per un po’ e lasciare in una regione confinante quello che chiamo il mio ragazzo, ma che sento terrorizzato da questo cambiamento.

Non ho ancora detto a nessuno, tranne che alla mia famiglia allargata, che parto. Non ho neanche prenotato il volo. Non so neanche se comprare il biglietto di ritorno. Sono solo paralizzata dalla paura.

Tu sei morto, con tutte le tue incazzature, e io vorrei solo qualcuno che mi ascoltasse un po’, senza avere la paura fottuta di sentirmi dire che sono una persona negativa e difficile da gestire.

Metti poi la poesia di una Kallax

C’è una rosa rossa in un bicchiere blu sulla mensola superiore della mia libreria Kallax bianca firmata designer Ikea.

Ho voglia di scrivere un racconto.

Non provavo questo desiderio da quando, seduta al tavolo in una stanza di ospedale, pensavo che mettere le parole viola su gallino riciclo potesse salvare la mia testa dalla completa perdizione. I medici che sorridevano, la speranza che nulla andasse per il verso sbagliato.

Gli anni sono passati: una storia che sono sicura sarò in grado di concludere negli anni, gli ospedali come terzo luogo dove passo più tempo libero e la disillusione.

C’è questa rosa rossa sopra la libreria Kallax e tornare a casa dal lavoro dal quale ho deciso di licenziarmi, trovandola lì a fare compagnia alla polvere che non ho ancora avuto modo di aspirare, mi fa un certo effetto.

“Ti va di venire all’Acquario di Genova con me?”

“Ma seriamente?”

“Lo so che sembra una cagata, ma…”

“Ma cosa? Adoro un sacco!”

“Seriamente?”

“Sì!”

“Allora ti posso comprare il biglietto?”

“Dai, non rompere il cazzo, me lo posso comprare anche da sola.”

“Ma ti ho invitata io.”

Ho deciso di licenziarmi. Il che significa ricominciare a mandare curricula a tappeto ovunque e dovunque e mantenere la mia paga minima lorda garantita dalla fantastica Regione L fino a esito positivo della ricerca. Che mentre cerco casa significa condannarmi a tornare al nido a tempo indeterminato.

Ho deciso di licenziarmi e questa decisione mi dà una certa euforia.

Ora ho solo la certezza del livido sulla mia clavicola.

Ottobre come settembre.

Avevo pensato che scrivere un post al giorno ogni giorno sarebbe stata una buona idea per rendermi conto di quanto sarebbe stato figo l’anno che avrebbe dovuto segnare la svolta nella mia vita.

Chissà dove sarò tra un anno.

Era questo che mi chiedevo il giorno dopo Capodanno 2016, ovvero il giorno dopo che il mio ex si era presentato sotto casa mia ficcandomi la lingua in gola e le dita sotto il vestito, come se non ci vedessimo da due settimane.

Dopo poco più di un anno sono seduta sul pavimento dello stesso cesso su cui mi ero accovacciata dodici mesi fa. A pensare che sono sempre nello stesso posto, ma sono cambiate troppe cose e tutto questo mi fa eccessivamente paura.

Lui ha un’altra.

L’ho scoperto in un locale. Il mio locale preferito. Ero brilla, stavo ballando, mi sentivo osservata, mi sono girata e c’era lì lui appoggiato al bancone col chiodo. Mi ha detto che era lì con un’amica. Finché non è arrivata lei dal bagno. Avrebbe potuto squartarmi viva, se solo avesse avuto un coltello in mano. L’ho baciata sulle guance ridendo (avreste dovuto vedere la faccia di Lui). Davvero, se avesse potuto freddarmi, in quel momento l’avrebbe fatto.

Il mio ex ha un’altra. La chiama “la mia nuova tipa” ed è qualcosa che trovo aberrante. Mi chiedo come abbia fatto a condividere un pezzo della mia vita con lui. Tipo il bagno, il letto, la cucina e tutte quelle stanze in cui prevale il mio essere territoriale. Ci ha tenuto a sottolineare come passino insieme dei fantastici weekend in fantastiche città. E tutto quello che a me viene da dire, anche se poi dissimulo e sorrido è: Perché con me no?

Perché trovano sempre un’altra?

Questa settimana sono uscita con un ragazzo per tre giorni di fila. Non mi capitava da quando avevo conosciuto il mio ex, quasi due anni e mezzo fa. L’ultima sera che ci siamo visti mi ha detto che sta uscendo da una relazione complicata e non cerca niente di serio. A me sono cadute le palle e non so se lo voglio rivedere. (Però dovevate vedere il sorrisino che gli è uscito spontaneo quando gli ho regalato le Benagol.)

Da quattro mesi, invece, c’è un ragazzo che vive lontano ma ha tutte le qualità che io cerco nel mio compagno. Ogni tanto discutiamo, ogni tanto gli faccio scenate, ogni tanto mi sfancula, però non riesco a trattenere le lacrime quando nel bel mezzo di una crisi isterica mi dice “Non esiste che me ne sbatto di come stai. Devo provare a farti ridere almeno”.

I piedi per terra. Come quando alle sei del mattino di Capodanno gli mando la posizione su whatsapp, sperando mi potesse raggiungere. Sono ancora indecisa se dirglielo. Che sono andata nella sua città per Capodanno non tanto per stare con la mia persona, quanto per vedere lui. Ci siamo detti di continuare le nostre vite. Domani chissà.

Alzo le spalle.

Anche se gli dichiarassi amore, non cambierebbe l’essere seduta su un pavimento, in preda a un attacco di panico.

Ho riaperto questo blog mentre non so mettere in fila 300 parole per un compito da consegnare entro domattina (potrei sprecarne 10.000 per parlare di cazzate).

Mi chiedevo dove sarei stata oggi.

In un ufficio bunker, senza finestre, il telefono che squilla in continuazione, otto compiti diversi da seguire in contemporanea e l’attesa di due risposte da due città lontane diverse.

Comunque vada, tra sei mesi mi dovrò preparare al prossimo trasloco.

E non sono pronta.

Il tempo delle spiegazioni

Ogni cosa ha un proprio tempo e, forse, è arrivato quello per dare un senso alla confusione che ha abitato a lungo dentro di me.

Sono questi mesi in cui sto chiudendo tutte le porte lasciate socchiuse, ché è vero che avere delle situazioni a cui poter tornare senza troppi problemi è comodo, ma non è la comodità che cerco. Non è l’adagiarsi in quella che tutti ora chiamano comfort zone. E allora credo che sia arrivato il momento di chiudere anche questa porta, in maniera esplicita, e lasciare che forse un giorno assuma un’altra forma.

Ma andiamo con calma.

L’altro giorno, incontrando una persona cara e molto interessante, mi sono saltate alle orecchie due affermazioni. La prima riguardava il fatto che sia sempre così vaga nelle risposte che do, nelle cose che dico – e questo è perché ho un’ossessione per la mia privacy che sfiora il patologico. Sono gelosa delle persone che fanno parte della mia vita, gelosa del mio nome (Miyazaki docet), gelosa di tutto quello in cui non voglio intromissioni esterne. La seconda è stata una riflessione riguardo al mischiarsi del piano virtuale con quello reale.

Perché non voglio più scrivere qui?

Perché sono cresciuta, sarebbe la prima risposta che mi verrebbe da dare.
Perché il piano virtuale e quello reale – pur mantenendo la gelosia di cui sopra – si sono mischiati troppo, sarebbe la seconda risposta.
Perché non sempre apprezzo la tipologia di utenti che un blog come il mio inevitabilmente accoglie, sarebbe la terza. Forse un po’ cinica e impopolare, ma anche questo è vero.

Ultimamente, navigando su un’altra piattaforma, mi chiedevo proprio questo (in questa forma): che voglia ha la gente di investire il proprio tempo libero per ascoltare domande e sfoghi di persone che avrebbero bisogno di un aiuto reale e non di un loro circa coetaneo nascosto dietro un avatar e l’anonimato?

Questo non lo capisco. Condividere aiuta, condividere è terapeutico, ma non si può pensare che un anonimo sia in grado di sloggare i propri neuroni proprio come si fa con le credenziali di accesso a un blog. Tale anonimo ne sarebbe capace solo se fosse uno psic- (hiatra, ologo, oterapeuta…) o un essere umano a cui non frega niente di chi lo contatta. Io, purtroppo, non posso più ascoltare e assorbire storie di persone che hanno problemi seri, perché una cosa che sto imparando quest’anno è che è necessario fare di se stessi una priorità. E io non ho più energie per ascoltare persone che hanno bisogno di un sostegno terapeutico, mi dispiace (senza alcun tono polemico o accusatorio).

Così come non voglio più continuare a guardare al passato e a quello che non c’è più.

Ho passato tanto tempo a scrivere lettere qui, a mettere parole in fila, nella speranza che qualcuno che mi conosceva sia in quanto coniglio bianco sia in quanto persona con una voce e una fisicità lo leggesse.

Ricordo di quando non riuscivo più a parlare con M. e avevo paura, tanta paura. Non sapevo come avvicinarmi a lui, non conoscevo ancora tutti i suoi spigoli, ma neanche tutti i lati morbidi. Allora gli scrissi un post e glielo mandai per email, per avere la certezza che lo leggesse. Non ebbi mai risposta e, ad oggi, non ho mai ritirato fuori l’argomento.

M., quello che le mie amiche chiamano il mio grande amore, quello che mi ha spezzato il cuore, quello che non si è mai capacitato dei miei sentimenti. Dopo tanti anni lo chiamerei il ragazzo le cui braccia sono un po’ la mia casa, una casa di villeggiatura. E sono sicura che io sia lo stesso per lui, anche se non ce lo diciamo.

Può un blog entrare nella tua vita? Quando il suo spazio ha incontrato il mio, qui, sì, lo ha fatto. Ad oggi, rimane la sola persona di questo spazio che faccia davvero parte del mio quotidiano, anche se in una forma diversa rispetto a quella iniziale.

Ho conosciuto altre persone, poche. Persone che mi hanno:

  • fatta crescere,
  • fatto provare sentimenti forti,
  • fatto regali,
  • offerto una cena, una colazione, un tè o altre forme di ristoro (grazie!),
  • fatta soffrire,
  • fatto scoprire posti nuovi,
  • fatto scoprire libri e autori nuovi,
  • fatto vivere esperienze varie (alcune delle quali ho sicuramente dimenticato, perdono).

E per questo vi ringrazio, uno ad uno, anche se qui. Tutte le persone che ho deciso di incontrare (in un modo o nell’altro) mi hanno regalato delle belle ore insieme e hanno contribuito a rendermi la persona che sono oggi.

Sì, perché, come scrivevo, sono cresciuta.

Non sono più quella ragazzina che guardava un tizio fare i pesi in palestra con la netta sensazione di piacergli (sensazione poi rivelatasi vera) ma senza il coraggio di parlargli. Né quella che guardava il ragazzo biondo con la barba con cui pranzava tutti i giorni, chiedendosi se sarebbe mai potuto succedere qualcosa. Non sono più quella del primo limone con uno straniero che la sconquassa (resta il fatto che la barba ispida sulle labbra rimane una delle cose che tutt’ora mi fa più male). Non sono più quella che non conosce gli spigoli del ragazzo di cui si sta innamorando. Né quella che non può scrivere della persona che sta frequentando. Non sono neanche più quella innamorata del proprio ragazzo, quello con cui sta progettando l’estate e il futuro, quella che finalmente aveva un po’ di calore dentro.

Sono una persona diversa, ora.

Mi chiedo se, incontrando di nuovo alcune persone, saprebbero riconoscermi. Se noterebbero lo sguardo che è cambiato, le piccole rughe d’espressione che iniziano a uscire, insieme ai primi capelli bianchi. Se saprebbero notare la stanchezza mista a quella tranquillità che mi attribuiscono.

“Ti vedo molto più serena, sai?” – questo quello che mi dicono tutti (tutti davvero) quelli che non mi vedevano da un po’.

Sono una persona che sta cercando il proprio posto nel mondo, con una mappa in una mano e il cuore nell’altra.

Ogni tanto la mano in cui sta il cuore me la stringe qualcuno. A volte per una notte, a volte per qualche giorno, a volte per quella che sembra essere una vita.

Non lo so dove sto andando e non voglio che questo spazio mi riporti sempre al punto di partenza.

Per ora non è qui che posso prendere un’altra forma, altra forma che ho già preso altrove.

In futuro non so.

Per ora vorrei solo essere a casa.

(Grazie per avermi accompagnata in questo bellissimo viaggio. Davvero.)