Di domenica.

E’ di nuovo domenica; un giorno di sole, gli occhi pesanti, le occhiaie nere.

Un altro giorno di lavoro, in cui vorrei rimanere a casa e fare altro.

Ultimamente non sono al massimo, non sono motivata, ogni giorno si assomiglia un po’ all’altro e oltre a insegnare alle persone nuove non c’è molto altro che mi sorprenda. Se faccio un errore sembra spesso una catastrofe. Lavorare così a stretto contatto con qualcuno a volte è esagerato.

*

Non so se sia l’ansia della fine dell’anno. Del momento in cui c’è il voto per l’evento aziendale di fine anno dove si ritrovano tutti i manager del mondo e si fa un incontro di tre giorni con quello che sarà il futuro.

Sento di essere in lizza per vincere, eppure non ne sono sicura.

Insicurezza.

Credo che sia una delle mie caratteristiche principali. Ci credo, credo in me, sono convinta e poi qualcosa entra in quella apertura minima e apre una voragine.

A quelle due persone non sto molto simpatica; quell’altra persona è più vivace e vitale di me; ics dà più energia; sono troppo seria; io so organizzare un funerale e non una festa e quindi sono una persona noiosa; sono brava ma non abbastanza; e così via.

Vorrei riuscire a fermare la voce che c’è nella mia testa. Non dico ogni giorno, ma ogni tanto, nei momenti più intensi almeno.

Vorrei aver imparato a convivere con gli attacchi d’ansia e la sensazione di star soffocando.

*

Nell’ultimo anno sono comparse sul mio corpo sei nuove cicatrici. Quasi tutte bruciature che hanno lasciato segni di dimensioni abbastanza importanti e che ogni tanto qualcuno guarda, in un misto tra curioso e infastidito da qualcosa di brutto.

*

Sono uscita con M. (oh, un’altra emme nella mia vita!). Siamo stati seduti su un divano nel mezzo di uno dei centri commerciali più grossi di questa metropoli. Mi sono sentita stranita, è una delle cose che ho sempre snobbato mentre ero in Italia, eppure è la cosa più facile da fare quando sei sempre così di fretta.

Gli ho raccontato di quando a sedici anni mi sono tagliata e la ferita non si è rimarginata per un mese circa. Sei andata al pronto soccorso per farti mettere i punti? Ho inarcato le sopracciglia e sorriso. So curarmi da sola le ferite, non ho mai avuto bisogno di punti.

Gli racconto di aver accettato che la parte suicida farà sempre parte di me, farà capolino nei giorni un po’ più complessi e l’importante per me è essere circondata da persone che ne siano al corrente e mi lascino il tempo per gestire questi pensieri quando arrivano.

*

E’ tornata l’ansia.

La votazione, l’arrivo di Dicembre, il tornare in Italia per una settimana, poter rivedere Lui, il pensiero che – in fondo – nulla cambierà mai, il non sapere cosa fare davvero tranne seguire un percorso più da adulta e lavorare sulle mie passioni, la difficoltà di avere un lavoro da 45-50 ore a settimana e fare consulenza per startup nel frattempo.

Ogni tanto tutto è troppo.

*

Leggo un libro in metropolitana.

Esco alla mia fermata. Il grande orologio della stazione segna mezzanotte.

Respiro l’aria fredda.

E’ già un altro giorno.

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Tre minuti.

Come la durata della canzone che ascolto. Più o meno. Ché i secondi sembrano sempre dei numeri minuscoli.

Un film che mi piaceva molto quando andavo al liceo diceva ora respiriamo, vibriamo, ci rigeneriamo, i nostri cuori battono, le menti creano e le anime si espandono. 27 secondi ben usati sono tutta una vita.

Da quando lavoro dove lavoro, ho scoperto che ventisette secondi sono un numero abbastanza adeguato in cui svolgere almeno quattro attività diverse; e che in due minuti e mezzo riesco a correre per cinque piani a scale, trenta metri piani e scendere i suddetti piani, tornando al punto di partenza.

La concezione del tempo può essere così alterata, finché non vi portiamo la consapevolezza.

*

Sono seduta dietro una signora sudamericana di mezza età. Ha un telefono di medie dimensioni, a differenza dei caratteri cubitali con cui le parole appaiono sullo schermo. Le uniche email che non cancella sono quelle dell’ospedale, in cui appaiono i dettagli delle prenotazioni delle visite di controllo per un tumore, e quelle di meetic, in cui profili di uomini di mezz’età nunca casado si alternano. Io lo spagnolo non lo capisco troppo bene, ma la signora che nasconde il telefono sotto la giacca quando un’altra ragazza le si siede accanto sì.

Da sola su un autobus diretto al sud di una grande metropoli, con il ticchettio di una malattia che avanza e la speranza che qualcuno si prenda cura di lei.

*

Non è più come mi sento, ma rispecchia come mi sono sentita gran parte della mia vita; quando non ho saputo parlare degli abusi subiti da bambina e non ho saputo chiedere aiuto nelle altre tre situazioni analoghe vissute.

Mi sono sempre sentita una vittima. Incapace di esprimere il dolore, l’ho trasformato in rabbia, nell’impossibilità di articolare i miei bisogni. Mi sono incastrata in relazioni tossiche e ho distrutto quelle che di tossico non avevano niente, respingendo persone che potevano farmi del bene.

*

Non ci parliamo da un mese e mezzo. Ogni tanto guardo la nostra ultima conversazione, in cui gli dico che mi disimbroncerò prima o poi. Dura così tanto il mio essere arrabbiata con Lui, che il giorno dopo potremmo parlare di nuovo e invece non gli scrivo e non lo voglio più fare.

Sono cinque anni che questa storia va avanti e non vorrei più avere relazioni tossiche.

*

La persona che assomiglia di più a Lui è J.

Ci siamo conosciuti quasi due anni fa, a uno scambio linguistico. Vive in un’altra capitale europea. Quando mi ci hanno mandato per lavoro, gli ho scritto subito e abbiamo passato una settimana come se fossimo una coppia. Salvo il dettaglio della sua compagna che lo aspettava a casa.

Oggi mi ha videochiamata.

Il suo sorriso ebete.
Il mio sorriso ebete.

“Dovremmo farlo più spesso”, mi dice.
“Dovresti venire a trovarla”, gli dice il mio coinquilino.
“Il mio passaporto non me lo permette”.
“Non voglio venire sempre io”.
“Partiamo per un road trip insieme”.
“Inizia a chiedere il visto.”

*

A quale parte di me risponde questo attirare persone impegnate, che non lasceranno mai le proprie compagne e che torneranno sempre da me perché sono più in linea con loro delle persone con cui decidono di condividere la quotidianità?

*

Vorrei conoscere una persona.

Ci salutiamo e scambiamo due chiacchiere quasi ogni giorno da mesi ormai. Mi ha presentata ai suoi amici, ma di lui non so quasi niente, non ho neanche il suo numero. Ai miei amici ha detto che sta cercando i miei difetti.

“I am mean.”
“It’s hard for me to imagine you mean, sorry”.

Alzo gli occhi.

Sorride.

Sorrido.

Un anno e mezzo fa avrei fatto tutto di fretta, bruciando ogni singola tappa.

Ora sono in equilibrio.

night ramblings

C’è tutta questa cosa, cioè una serie di pensieri che vanno forti e veloci, ché qui è l’una e quarantadue, ho la tosse e non prendo fiato da quando il ragazzo che mi ha detto che abbiamo parlato altre volte e io non me lo ricordavo mi ha toccato la schiena con la mano.

Ho visto un film di Bertolucci stasera. L’ho detto a un avvocato con cui mi sento ogni tanto. Mi ha risposto ridendo: “Non sapevo fossi una critica cinematografica”. “Macché critica!”, gli ho risposto. Ammetto che però incazzarsi perché non trovo Pierrot le Fou di Godard fa di me una persona un po’ intellettuale.

Continuo a vivere in uno Stato lontano ma non troppo, a distanza di sicurezza. Dalle ferite, dalla tossicità delle relazioni, dalla situazione politica da cui dissento.

Mangio vegano per 3 o 4 giorni a settimana, il resto è un mix tendente al vegetariano. Mi alleno tre volte a settimana. Vado al cinema quando riesco.

Come al solito, una volta ogni tanto, vado in crisi e mi chiedo cosa sarebbe stato della mia vita se. Una serie di ipotesi che non hanno fondamenta, tra le quali cosa sarebbe successo se il ragazzo per cui ho avuto una cotta durante gli anni del liceo non fosse stato poco reattivo? (Qui parte il film in cui mi vedo a bordo campo durante un numero tendenzialmente infinito di partite di basket).

Penso a come sarebbe la vita se avessi preso scelte meno fuori dal comune e meno dimostrative. Come sarebbe stato l’avere una vita regolare.

Immagino la convivenza con qualcuno, un lavoro d’ufficio, qualche programma per il weekend, gli aperitivi con gli amici.

E invece.

Convivo con una persona che conosco da quindici anni e più che dividerci gli spazi, li viviamo insieme come una piccola famiglia. Ogni tanto mi dice che sembriamo marito e moglie e ogni tanto rispondo alzando gli occhi e chiudendo la porta.

A lavoro sono considerata una senior ormai, con tutto quello che comporta. Principalmente belle cose però e parecchio stress.

Lavorando così tanto mi rendo conto di aver riorganizzato le mie priorità e finalmente sono io al primo posto, e il chiarire la confusione su alcuni punti legati alla mia crescita.

Sul diario di oggi ho scritto:
sono sempre più bella.

E va bene così.

 

Vuoto mattutino

Hai investito ore, giorni, anni, ma soprattutto energie e sentimenti in persone che, alla fine, ci sono solo quando hanno bisogno di ricaricarsi. Di ricordarsi che la persona con cui hanno deciso di condividere la quotidianità non li soddisfa.

Un po’ come nel film con Nicholas Hoult come protagonista. Sarà che è stato uno degli attori per cui ho avuto una cotta adolescenziale, sarà che nel film assomiglia al body builder inglese con cui ho avuto un flirt, ma il finale mi ha lasciato un po’ di amarezza.

Il messaggio che una relazione seria vuol dire sì combattere per quella persona, ma accettare la noia e la frustrazione che vengono con la quotidianità.

*

Da qualche giorno è passato il mio compleanno. Un giorno quasi catartico, come se avvicinarsi ai trenta significhi mettere a fuoco le priorità.

La persona che mi ha scritto il messaggio più bello che mi sia stato detto il giorno del mio compleanno (ndr. I don’t like mornings, but I’m happy when I share them with you. You’re our sunshine.) ha deciso che dovevo festeggiare. Dopo un po’ di resistenza, mi sono ritrovata con quattro amici al mare e al luna park.

Ho capito di aver bisogno di persone così, presenti. L’ho visto quando tutti e quattro si sono addormentati dopo pranzo, sul prato di un parco. Una delle persone presenti ha dormito 2 ore in 48 solo per stare con me. Uno ne ha dormite 4 in 36. Nessuno prima aveva mai fatto qualcosa del genere per me.

A ricordarmelo, uno di loro, con cui sono uscita qualche volta qualche mese fa. Salvo dirgli che non potevo stare con lui né volevo giocare con i suoi sentimenti, perché mi piaceva qualcun altro. Qualcun altro che dopo un bacio a San Babila e avermi promesso amore eterno, è sparito e chissà quante se ne scopa, o se sta con un’altra adesso.

A ricordarmelo, questo amico che mi guarda mentre gli altri fanno la fila al Mc e mi dice “tu potresti avere tutto quello che vuoi, se solo lo capissi”.

Lo guardo in silenzio. E invece io dove sono?

*

Da quando emmedì mi ha lasciata due settimane dopo che una delle persone più importanti della mia vita è morta, non è più lo stesso. Non so più provare sentimenti. Non provo più interesse per gli esseri umani. Non riesco a legarmi. Né tanto meno mi interessa scoparmene venti diversi; l’ho già fatto e non mi diverte più. C’è stato qualcuno di interessante. Il ragazzo rumeno di un anno in più di me, già divorziato, con cui scopavamo e litigavamo; il body builder inglese vegano con cui ho avuto una connessione come non succedeva da tanto, che non è stata abbastanza; l’urbanista irlandese che mi ha parlato di tutta la sua famiglia, salvo poi dirmi che non era pronto; il musicista inglese che mi ha guardata, mi ha detto che gli piacevo tantissimo, ma dovevo sapere che prendeva psicofarmaci.

*

Se ora lascio andare tutti, se ora vado avanti e non ci sono più per tutti quelli che decidono che fidanzate e mogli non sono abbastanza, cosa mi rimane?

 

© maegamimami

ventidue giugno

Un giorno casuale.

Sorrido.

Ogni anno, in qualche modo, senza ricordarmi la data, apro wordpress e vedo che è passato un altro anno. Sei che abito questo spazio. Sei anni. A me sembra il giorno prima dell’altro ieri.

***

Ho finito di lavorare.

Per qualche motivo sono sempre l’ultima a lasciare lo spogliatoio.

Mi piace sedermi tre minuti, accendere il telefono dopo nove ore, vedere più o meno chi ha scritto e cosa vuole. Il necessario, il non necessario, quello che non mi interessa.

Togliermi un pezzo, poi l’altro. Infilare la testa in quello che ho deciso di indossare quel giorno. Infilare le braccia nella giacca di pelle che mi copre dal freddo della notte estiva inglese.

Esco. Chiudo la porta.

S. mi saluta. Ci vediamo solo a quest’ora, quando lei ha già cominciato il turno notturno e io vado a dormire.

“How are you, M.?”, che mi ha chiamata in un altro modo per circa sei mesi e ora mi fa strano sentirmi chiamare col mio nome.
“Tutto bene. Domani vado a vedere delle case.”
“Ti vuoi trasferire?”
“Sì.”

Le racconto della convivenza. Dell’impossibilità di dormire e usare gli spazi comuni. Del nervosismo. Delle conversazioni irreali durante le quali mi viene detto che sono una persona ostile e che trasmette rabbia.

Questo buonismo che infonde il nostro secolo e che a me non sta bene. Non voglio essere amica di tutti, non voglio dire quello che non penso. Se una persona non mi piace, lo dico. Se una persona non mi piace, non fingo di volerci avere una conversazione.

Se questo viene categorizzato come essere ostile, che sia ostile.

“Te ne devi andare, M.”
“Dovevo farlo prima probabilmente.”
“Fa niente, ma fallo. Io ero arrivata al punto in cui ho detto a mio marito che avevo tre opzioni: tornare nel mio Paese, cambiare casa o buttarmi sotto a un treno; e non scherzavo. Lui mi ha detto che ero pazza, io ho preso i miei figli e me ne sono andata. Devi farlo anche tu. Tu meriti molto meglio di questo.”

Cerco di non piangere.

Non è essere triste. Non è dirle di tutte le volte che ho pensato di togliermi la vita. Non è neanche il momento di lucidità in cui dalla bocca mi escono delle parole che suonano come se fossero dette da un’altra persona.

E’ l’aver trovato questa strana famiglia formata da persone di una decina di nazionalità diverse. Persone a cui vado bene con i chili di più, con o senza trucco, le volte che sono troppo inflessibile e quelle in cui sono morbida.

Il posto dove lavoro per me sa di casa più delle pareti che contengono il letto in cui dormo.

E alla fine, per quanto possa essere difficile resistere in questa città, sono felice.

***

Chi l’avrebbe detto sei anni fa che tutto questo sarebbe successo?

Non mi sono rassegnato affatto, come invece hai fatto tu.

On air: Dente – Invece tu

“Ciao. Sei libero? Ho bisogno di parlare un po’ ”
“Ehi, ciao. Dammi dieci minuti”.
“Come stai?”
“Tutto bene, dai. Si tira avanti. Tu?”
“Io un po’ un casino.”
“Perché?”
“La mia vita a volte mi sembra fin troppo surreale. Prendi lo scorso weekend. Il giorno prima ho avuto l’appuntamento più bello della mia vita, ché credevo che il nostro primo appuntamento non l’avrebbe superato nessuno. Il giorno dopo sono stata ricoverata in ospedale. Il tizio dell’appuntamento sparito.”
“Simpatico.”
“Una merda. Cosa dovrei fare?”
“Non lo so.”
“Neanche io.”
“Quindi ha superato il nostro primo appuntamento.”
“In un certo senso sì. Non c’è stata quella dolcezza che è solo tua, però è stato come quando ti immagini una cosa per tanto tempo e poi succede davvero. Continuava a guardarmi ridendo, perché diceva che era contento che fossi così felice per una cosa così piccola. Allora gli ho detto che per me non era una piccola cosa, era bellissima, era la prima volta che la facevo ed ero felice, sì.”
“E poi?”
“E poi è venuto a casa con me. E mi sono sentita come quando stavo con E. nel tragitto. Una parte di me, morta da qualche parte da quando E. non fa più parte della mia vita, ha dato segni di esistere ancora. Mi ha sorpresa.”
“Cosa intendi?”
“Da quando E. non c’è più, non ho più fatto grosse cazzate, non ho mai più rischiato così tanto quanto facevamo io e lui. Ogni tanto ci sentiamo ancora e ci ridiamo su. Ogni tanto mi chiedo se con la sua nuova ragazza sia ancora così o sia cambiato qualcosa anche per lui.”
“Ma non hai il coraggio di chiederglielo.”
“Per sentirmi dire che cosa?”
“No, infatti. Ma quindi ti hanno ricoverata in ospedale?”
“Già. I medici qui sono dei cani. Ora sono a letto da cinque giorni e oggi è il primo giorno che riesco a mangiare qualcosina. Stavo pensando di tornare in Italia per farmi visitare. Ho avuto un po’ paura.”
“C’era qualcuno con te in ospedale?”
“No.”
“Ehi.”
“Se non ci fossimo lasciati magari ora vivremmo qui insieme e ci saresti stato tu.”
“Sai che non è possibile.”
“Sai che non sono d’accordo.”
“E perché?”
“Negli ultimi cinque mesi sono morte le uniche due persone che ci tenevano legati a casa.”
“Non dire così.”
“Credi che non ci pensi ogni giorno all’immagine di lui nella bara? A tutto quello che avrei potuto fare in più? Invece non lo vedrò più e non ci posso fare niente.”
“E io non posso farci niente.”
“Ma tu hai fatto tantissimo per lui.”
“Forse hai ragione.”
“Amore, mi salutavi ogni volta al telefono perché andavi ad aiutarlo. Avresti potuto non farlo.”
“Era da tanto che non mi chiamavi così.”
“Non ti ho neanche mai detto che ti amavo. L’ho detto un paio di volte a persone per cui non lo provavo davvero e invece con te non ho mai trovato il coraggio dirtelo. Mi chiedo se avrebbe cambiato qualcosa.”
“Sai che non l’avrebbe fatto.”
“Qui direbbero qualcosa come we’re both so fucked up. Ma infatti, quando mi chiedono di te, dico che l’intera situazione fucked me up. A lot. E così è.”
“Cosa possiamo farci?”
“Vorrei solo poter riavvolgere il nastro degli ultimi dodici mesi. Loro due sarebbero ancora vivi, noi ci saremmo conosciuti poco dopo, non avrei mai accettato quel lavoro, probabilmente sarei finita in una multinazionale e quello avrebbe cambiato le cose. Forse non mi sarei trasferita qui. Una serie di forse che non hanno senso.”
“Esatto.”
“Quando torno a casa, andiamo al lago insieme? Ho bisogno di parlare un po’ con te.”
“Come quando hai guidato tre ore in mezzo alle provinciali per venirmi a prendere.”
“Che cosa dovevo fare? Eri il mio ragazzo.”
“E invece.”

Chi non muore si ripete, chi non vuole non si vede più.

 

 

 

[ndr. I medici qui sono davvero dei cani. Dopo essere stata dimessa dall’ospedale, sono peggiorata. Il secondo medico mi ha dato una dose per cavalli di una serie di medicine che mi stanno rimettendo in piedi. Passare molti giorni in un letto, senza mangiare, senza parlare, senza poter far niente, sta minando il mio umore. Passerà.]

Il tempo delle spiegazioni

Ogni cosa ha un proprio tempo e, forse, è arrivato quello per dare un senso alla confusione che ha abitato a lungo dentro di me.

Sono questi mesi in cui sto chiudendo tutte le porte lasciate socchiuse, ché è vero che avere delle situazioni a cui poter tornare senza troppi problemi è comodo, ma non è la comodità che cerco. Non è l’adagiarsi in quella che tutti ora chiamano comfort zone. E allora credo che sia arrivato il momento di chiudere anche questa porta, in maniera esplicita, e lasciare che forse un giorno assuma un’altra forma.

Ma andiamo con calma.

L’altro giorno, incontrando una persona cara e molto interessante, mi sono saltate alle orecchie due affermazioni. La prima riguardava il fatto che sia sempre così vaga nelle risposte che do, nelle cose che dico – e questo è perché ho un’ossessione per la mia privacy che sfiora il patologico. Sono gelosa delle persone che fanno parte della mia vita, gelosa del mio nome (Miyazaki docet), gelosa di tutto quello in cui non voglio intromissioni esterne. La seconda è stata una riflessione riguardo al mischiarsi del piano virtuale con quello reale.

Perché non voglio più scrivere qui?

Perché sono cresciuta, sarebbe la prima risposta che mi verrebbe da dare.
Perché il piano virtuale e quello reale – pur mantenendo la gelosia di cui sopra – si sono mischiati troppo, sarebbe la seconda risposta.
Perché non sempre apprezzo la tipologia di utenti che un blog come il mio inevitabilmente accoglie, sarebbe la terza. Forse un po’ cinica e impopolare, ma anche questo è vero.

Ultimamente, navigando su un’altra piattaforma, mi chiedevo proprio questo (in questa forma): che voglia ha la gente di investire il proprio tempo libero per ascoltare domande e sfoghi di persone che avrebbero bisogno di un aiuto reale e non di un loro circa coetaneo nascosto dietro un avatar e l’anonimato?

Questo non lo capisco. Condividere aiuta, condividere è terapeutico, ma non si può pensare che un anonimo sia in grado di sloggare i propri neuroni proprio come si fa con le credenziali di accesso a un blog. Tale anonimo ne sarebbe capace solo se fosse uno psic- (hiatra, ologo, oterapeuta…) o un essere umano a cui non frega niente di chi lo contatta. Io, purtroppo, non posso più ascoltare e assorbire storie di persone che hanno problemi seri, perché una cosa che sto imparando quest’anno è che è necessario fare di se stessi una priorità. E io non ho più energie per ascoltare persone che hanno bisogno di un sostegno terapeutico, mi dispiace (senza alcun tono polemico o accusatorio).

Così come non voglio più continuare a guardare al passato e a quello che non c’è più.

Ho passato tanto tempo a scrivere lettere qui, a mettere parole in fila, nella speranza che qualcuno che mi conosceva sia in quanto coniglio bianco sia in quanto persona con una voce e una fisicità lo leggesse.

Ricordo di quando non riuscivo più a parlare con M. e avevo paura, tanta paura. Non sapevo come avvicinarmi a lui, non conoscevo ancora tutti i suoi spigoli, ma neanche tutti i lati morbidi. Allora gli scrissi un post e glielo mandai per email, per avere la certezza che lo leggesse. Non ebbi mai risposta e, ad oggi, non ho mai ritirato fuori l’argomento.

M., quello che le mie amiche chiamano il mio grande amore, quello che mi ha spezzato il cuore, quello che non si è mai capacitato dei miei sentimenti. Dopo tanti anni lo chiamerei il ragazzo le cui braccia sono un po’ la mia casa, una casa di villeggiatura. E sono sicura che io sia lo stesso per lui, anche se non ce lo diciamo.

Può un blog entrare nella tua vita? Quando il suo spazio ha incontrato il mio, qui, sì, lo ha fatto. Ad oggi, rimane la sola persona di questo spazio che faccia davvero parte del mio quotidiano, anche se in una forma diversa rispetto a quella iniziale.

Ho conosciuto altre persone, poche. Persone che mi hanno:

  • fatta crescere,
  • fatto provare sentimenti forti,
  • fatto regali,
  • offerto una cena, una colazione, un tè o altre forme di ristoro (grazie!),
  • fatta soffrire,
  • fatto scoprire posti nuovi,
  • fatto scoprire libri e autori nuovi,
  • fatto vivere esperienze varie (alcune delle quali ho sicuramente dimenticato, perdono).

E per questo vi ringrazio, uno ad uno, anche se qui. Tutte le persone che ho deciso di incontrare (in un modo o nell’altro) mi hanno regalato delle belle ore insieme e hanno contribuito a rendermi la persona che sono oggi.

Sì, perché, come scrivevo, sono cresciuta.

Non sono più quella ragazzina che guardava un tizio fare i pesi in palestra con la netta sensazione di piacergli (sensazione poi rivelatasi vera) ma senza il coraggio di parlargli. Né quella che guardava il ragazzo biondo con la barba con cui pranzava tutti i giorni, chiedendosi se sarebbe mai potuto succedere qualcosa. Non sono più quella del primo limone con uno straniero che la sconquassa (resta il fatto che la barba ispida sulle labbra rimane una delle cose che tutt’ora mi fa più male). Non sono più quella che non conosce gli spigoli del ragazzo di cui si sta innamorando. Né quella che non può scrivere della persona che sta frequentando. Non sono neanche più quella innamorata del proprio ragazzo, quello con cui sta progettando l’estate e il futuro, quella che finalmente aveva un po’ di calore dentro.

Sono una persona diversa, ora.

Mi chiedo se, incontrando di nuovo alcune persone, saprebbero riconoscermi. Se noterebbero lo sguardo che è cambiato, le piccole rughe d’espressione che iniziano a uscire, insieme ai primi capelli bianchi. Se saprebbero notare la stanchezza mista a quella tranquillità che mi attribuiscono.

“Ti vedo molto più serena, sai?” – questo quello che mi dicono tutti (tutti davvero) quelli che non mi vedevano da un po’.

Sono una persona che sta cercando il proprio posto nel mondo, con una mappa in una mano e il cuore nell’altra.

Ogni tanto la mano in cui sta il cuore me la stringe qualcuno. A volte per una notte, a volte per qualche giorno, a volte per quella che sembra essere una vita.

Non lo so dove sto andando e non voglio che questo spazio mi riporti sempre al punto di partenza.

Per ora non è qui che posso prendere un’altra forma, altra forma che ho già preso altrove.

In futuro non so.

Per ora vorrei solo essere a casa.

(Grazie per avermi accompagnata in questo bellissimo viaggio. Davvero.)