13_III_2019

Vorrei poter parlare con qualcuno di quello che provo e sento che è un po’ difficile. Risulta complesso spiegare le dinamiche del luogo in cui lavoro a una persona che non ne fa parte.

Inizio a sentire la pressione, quella di cui tanto mi hanno parlato negli ultimi mesi e non vedevo arrivare.

Poi basta una chiacchierata e sbam. Hai capito perché ho deciso di parlarti, M? Perché io non giro attorno alle cose.

Girare intorno alle cose è un concetto che mi ha sempre affascinata. La mancanza di zona grigia tra l’essere vaghi e l’essere onesti. Lo spiattellarti tutto in faccia e aspettarsi che tu reagisca in un certo modo.

Un po’ come quando passi settimane e mesi a pensare che vorresti lasciare la persona con cui stai e, una mattina, ti svegli e capisci che quello è il momento di separarvi. La persona in questione non sospettava molto perché sei particolarmente brava a nascondere quello che provi e, quindi, il tuo annuncio arriva come un fulmine a ciel sereno.

Ecco, certi giorni nella mia vita mi sento nello stesso modo.

Forse perché troppe volte sono andata a parlare con le persone a pensieri già fatti e somme già tirate e ora la vita mi vuole far provare cosa si prova a posizioni opposte.

Devi provarci finché riesci, ma senza risultare falsa.
Ok, F. Ma di mio io non farei mai queste cose, quindi per forza all’inizio sembrerò falsa.

In pratica sono allo stesso punto in cui mi sono sempre fermata ad ogni tentativo iniziato negli ultimi dodici anni: faccio di tutto per arrivare al punto di essere aiutata e cambiare certi atteggiamenti e meccanismi di difesa e poi mi blocco.

Voglio davvero cambiare?

Voglio davvero essere amata dalle persone?

Voglio davvero essere bella?

Voglio davvero mettere in un cassetto i disturbi alimentari e tenerli a bada, senza usarli come scusa?

Voglio davvero prendere per mano tutti i traumi e passeggiarci insieme, come farei come con degli amici che non vedo da un po’ e che non rivedrò per un altro po’?

Oggi dopo un anno dalla domanda di cambio di residenza mi è arrivata una risposta. Nei prossimi giorni sarò ufficialmente un’italiana all’estero.

Qualche settimana fa mi è arrivata un’altra notizia. Devo tornare a togliere un po’ di cose.

Non esisterò più in Italia, se non come turista. Non ci sarà più niente di me in nessun luogo.

Forse è il momento di iniziare davvero una nuova vita e accogliere il cambiamento.

Scrivo sempre quando sono un po’ giù e, nonostante poi la vita vada a modo suo e vivere con un disturbo non sia la cosa più facile del mondo, ci sono dei momenti di calma. Tipo stasera, in Italia stanotte. Non sono uscita oggi. Ho gli strascichi dell’aver lavorato tre giorni con febbre alta e raffreddore e avevo solo bisogno di stare a letto. E poi di stare al tavolo, quando D. è tornato, perché non mi piace farmi vedere arrotolata nel piumone da lui.

Stasera ho scritto una lettera ad A.

A. è un mio amico di penna. Vive in un altro continente. Vede film che non ho mai visto e ascolta musica che a me non fa impazzire. Eppure mi piace molto parlarci, avere dei punti di vista diversi sulla vita.

Stasera ho detto ad A. che ok avere delle ondate depressive mica da ridere, quando l’unica cosa che penso quando apro gli occhi la mattina è come sarebbe bello essere tirata sotto da un autobus e morire sul colpo.

Questo è un pensiero cattivo, perché tira in mezzo una serie di altre persone a cui rovini la vita. Non solo il processo all’autista, ma pure le bestemmie di chi magari quel giorno è in ritardo per andare a lavoro e tu invece mandi a rotoli la sua fretta. Ma insomma.

Ok avere questi momenti, però è anche bello quando tutto diventa tranquillo e non c’è nulla che ti disturba davvero.

Ho chiarito con Lui. Nel senso. Non abbiamo neanche finito il discorso, ma ormai è chiaro che ci sia solo affetto e ci vorremmo per sempre molto bene, ovunque ci ritroveremo per caso.

Ho mandato a fanculo E. nella mia testa. Nel senso. Ogni volta che lo incontrerò per casa finiremo inevitabilmente a scopare, perché mi piace troppo scopare con lui e lui piace troppo scopare con me. E ogni volta sarà renderci conto che quando scopiamo tiriamo in mezzo essere stati innamorati l’uno dell’altro. E ogni volta uno dei due scapperà.
E quindi vaffanculo insomma. Non vediamoci. Lasciamo delle volontà scritte per quando saremo ubriachi nella stessa zona e tenteremo di vederci.

Ho scritto ad emmedi.

Sono quasi due anni da quando ci siamo lasciati e ho guidato per un’ora e mezza nella nebbia piangendo disperata.

Se non volete crepare o ammazzare qualcuno, evitate di fare queste cose. AmorePlatonico per il sociale.

Mi ha scritto qualche mese fa. Ho risposto con estremo fastidio. Questa cosa mi ha disturbata parecchio, finché l’altra notte non ho visto una cosa che mi ha fatta pensare a lui.

Gli ho scritto che mi dispiace avergli risposto male e che sono felice che finalmente stia trovando un po’ di tranquillità. Gli ho scritto che lo penserò sempre quando, di notte, vedrò quello che ho visto l’altra notte. Mi ha risposto che è felice che abbia trovato la mia dimensione qui. Non ci siamo neanche salutati. Sono sicura che non lo rivedrò più nella mia vita, ma resterà per sempre in una parte di me e riuscirò a ridere di tutto quanto un giorno.

Sono pronta a conoscere qualcuno di nuovo. Non so in che modo né sono sicura di essere capace di sembrare più carina di quanto sia. Non mi interessa più neanche troppo. Vorrei che le persone mi accettassero con la mia goffaggine, per i capelli scompigliati e legati, per le occhiaie e i chili in più. Per i 12k passi che faccio al giorno. Per le lingue che parlo e spesso mischio quando sono molto stanca. Per le volte che dico oggi non bevo e finisco a farmi due caraffe di Long Island e a vomitare in un cesso. Tipo l’altro giorno che mi sono fatta un whiskey prima di iniziare a lavorare per alleviare la febbre.

Sono così.

E sono contenta di essere così, di dedicarmi al mio lavoro, di vedere le persone crescere e di crescere con loro. Di aver imparato ad amare una serie di cose che non pensavo possibili nella vita, come il caffè, il whiskey e addirittura il gin con il coriandolo.

Stare un giorno in casa senza fare altro che guardare serie, leggere un libro, parlare con un amico e mangiare male, bevendo un sacco di tisane mi mette in pace col mondo.

Ascoltare i miei gruppi preferiti in sottofondo aiuta ancora di più.

Voglio ricordare un momento così.

Ogni tanto mi domando cosa significhi diventare adulti.

Lui, mesi fa, mi ha detto che la mia età ora mi sta bene. Non mi è totalmente chiaro cosa volesse dire, ma va bene così.

Ci sono cose che non capisco.

Come sia possibile che la sera mi addormenti piangendo perché una persona a cui tengo è ricoverata in ospedale e io non ci posso andare, perché vivo lontana. Perché, anche se fossi vicina, soffro del disturbo opposto a quello per cui è stata ricoverata d’urgenza; quello che si vede meno io, quello ovvio lei. Queste cose mi fanno paura.

Come sia possibile che la mattina, quando alle sei e mezza mi sto togliendo il maglione per mettere la divisa, una persona con cui litigo spesso mi dica che è incinta con un sorriso gigante e mi lasci dare un soprannome a un feto di quasi quattro mesi.

Come sia possibile aver smesso di prendermi cura di me stessa così tanto.

Come sia possibile non sentirmi più.

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Vorrei poter essere come le persone mi vedono.

Finché non inizio a capire che le persone mi vedono nei modi più disparati e, alle volte, in maniera diametralmente opposta gli uni dagli altri.

Una vita di contraddizioni in cui far convivere gli opposti in un solo cervello e in un solo corpo.

*

Alle volte vado su un motore di ricerca e cerco immagini di autolesionismo. Lo faccio ogni volta che vorrei prendere un paio di trinciapollo, un coltello o un paio di forbici particolarmente appuntite e farmi del male.

Guardo le ferite sulla pelle degli altri. Guardo le cicatrici da lama. Guardo le cicatrici che mi sono rimaste e penso a quelle che se ne sono andate o che ora sono coperte dalle smagliature.

*

Sono a cena con C. e A., iniziamo a parlare, iniziamo a bere. Due gin tonic e una bottiglia di vino dopo, la mia mente inizia a vagare.

Ricordo la mia psicologa preferita. Quella a cui ho portato un regalo da uno dei miei viaggi, un regalo che teneva appeso alla parete del suo studio pieno di libri, riviste e piante, ma dalle pareti spoglie. Quella che ha avuto un tumore ed è sparita, finché l’ho incontrata per caso in un mercatino in un pomeriggio di sole. Mi ha chiesto come stessi, ho sorriso consapevole che non voleva la vera risposta. “Sto meglio”, ho detto. “Tu invece? Penso che sia più importante di sapere come stia io”. Mi ha sorriso. “Non cambierai mai.”

Probabilmente no.

E fa male come un pugno forte e ben diretto allo stomaco.

Come quando mi sto togliendo la divisa e L. mi dice “Sei troppo buona per questo mondo”, faccio una smorfia infastidita e inarco le sopracciglia. “Ci vogliono persone come te, rendi la mia vita migliore”. Mi infastidisco ancora di più, ma le sorrido.

*

Trovo incredibile come possa essere percepita come una persona dolce e buona e come una stronza di prima categoria, autoritaria e giudice, allo stesso tempo.

Trovo incredibile come solo il 10% delle persone che incontro capiscano da dove vengo.

S., psichiatra svizzero di mezza età, ogni volta che mi incontra e mi chiede come sto, aggiunge qualcosa. Spesso gli dico che non riesco a ricordarmi il suo cognome. L’ultima volta mi ha chiesto quante persone vedo a settimana. Gli ho risposto una media di mille e qualcosa. Mi ha risposto: “Incontri in un mese più persone di quante una persona media incontra in tutta la propria vita”.

*

Cosa sono? 

*

Non so se quello che sto facendo è quello che mi rende felice. Non so se voglio lasciare tutto e ricominciare a studiare.

Mi piacerebbe diventare una psicologa. Sarei brava. Ma ho voglia di ricominciare tutto da capo?

*

Guardo le immagini sul motore di ricerca.

Guardo le cicatrici.

Guardo il sangue.

Mi guardo allo specchio, con le occhiaie più scure degli ultimi mesi.

*

Mi devo muovere. Tra poco devo andare in aeroporto.

Le occhiaie non mi lasciano mai.

Terribilmente tutto bene.

Quando ho paura, D. mi rassicura un po’. Ride, anche se ha paura anche lui, cuciniamo qualcosa insieme, ci mettiamo insieme a letto (di solito nel suo) e guardiamo un film.

D. è via per un po’ di settimane e io sono da sola a casa. Ho dormito un po’, ho pianto, ho letto un libro che non è ancora stato pubblicato con lui che mi dice sempre “Solo tu compri questi libri che non leggerebbe nessun altro”. In effetti non so quanta gente comprerebbe il libro di un medico che racconta di un numero indefinito di suoi pazienti che sono morti nelle prime 80 pagine.

La morte ha fatto sempre parte della mia vita, fin da piccola, così come i viaggi. Una parte del mio nome è stata decisa per ricordare di una persona morta precocemente; ho preso il mio primo aereo a 18 giorni.

Che uno ci creda o no, queste cose influenzano la tua personalità, il modo in cui cresci. Ti avvicini all’adolescenza con un numero abbastanza alto di funerali a cui hai partecipato e una conoscenza degli psicofarmaci che di solito le persone iniziano a capire dai 25 in su.

A sette anni ho subito il mio primo assalto sessuale.

A dieci il secondo.

A circa quindici anni conoscevo già le implicazioni sull’apparato motorio che alcuni dei medicinali per il morbo di Parkinson causano e le prime cicatrici comparivano intorno al mio corpo.

A diciannove anni ho organizzato da sola il mio primo funerale.

A ventuno anni sono stata seguita in una strada e in un negozio da un gruppo di ragazzi. Qualche mese dopo un altro ragazzo mi ha bloccata nella sua macchina e ha iniziato a seguirmi quando sono riuscita ad andarmene.

A ventidue anni ho chiuso un medico nella sala dei medici di reparto e gli ho fatto delle domande a cui volevo delle risposte. Ad oggi non riesco a dimenticare la sua faccia.

A ventitré anni mi hanno fatto vedere un piccolo tumore benigno che ho dentro da sempre e che, vista la delicatezza di dov’è, non vogliono toccare finché non cambia qualcosa.

A ventiquattro anni mi sono trovata in mezzo al primo grosso attentato vissuto in prima persona e non attraverso uno schermo.

A venticinque anni ho organizzato il funerale più doloroso finora.

A ventisei ho preso un sessantenne per il braccio e gli ho detto di sedersi su quella sedia a rotelle finché non arriva il medico e che non volevo sentire scuse, quando nessun altro gli avrebbe parlato in quel modo.

A ventisette è morto un caro amico di un tumore bruttissimo al cervello.

Stamattina volevo uscire di casa per buttare l’immondizia.

Invece ho trovato il nastro della scientifica a bloccare tutte le strade che mi circondano e il silenzio surreale che solo la morte porta con sé.

Hanno ucciso un ragazzino di 17 anni a pochi passi dalla mia porta.

Ho messo la busta fuori dalla porta, camminato per cinquanta metri, prima di girarmi su me stessa e tornare dentro.

Domani la sveglia alle 5:15 mi obbliga ad andare a lavoro e sorridere.

Le persone mi dicono ogni tanto che penso troppo o che non ho molta gioia di vivere.

Ogni volta che mi dicono queste cose vorrei rispondere chiedendo se sanno cosa si prova a toccare corpi morti, cosa si prova dopo il sesso non consensuale, cosa si prova a doversi occupare di se stessi come adulti da quando si hanno sei anni circa, se hanno mai provato a suicidarsi quando erano bambini e via dicendo.

Io in un mondo così, con alle spalle una storia così, ogni tanto non ci voglio vivere.

[e nonostante questo non tratto male nessuno, quindi le storie di “poverin*, pensa a quello che ha passato” mi fanno girare i coglioni e non le accetto.]

 

Molte delle persone che conosco hanno un tatuaggio di Londra, disegnato su una qualche parte del loro corpo. Che sia un polso, un fianco, la schiena, o qualche altra parte del corpo poco importa.

Londra, un po’ come Milano, è una città che odi oppure ami.

Quante persone scappano, oberate dal costo della vita, dalla competizione, dagli orari decisamente diversi dagli standard del proprio Paese di provenienza.

Quante persone restano e fanno di Londra casa.

*

Sono tornata in Italia dopo parecchio tempo che mancavo.

Per la prima volta mi sono sentita come se fossi fuori luogo. Come se l’Italia non fosse più il posto da cui vengo, anche se, nei fatti resterò sempre italiana.

Sorrido, ogni volta che degli Italiani all’estero mi chiedono se sia nata qui o da quanto tempo ci vivo visto che parlo con un accento strano e spesso non mi vengono le parole.
Sorrido, ogni volta che degli stranieri all’estero mi dicono che potrei essere di qualsiasi parte del Centro-Sud Europa o del Sudamerica, ma mai penserebbero all’Italia.

Qui è casa ormai; e questo include che i rapporti che hanno fatto parte della mia vita fino a prima di trasferirmi qui stiano cambiando. In peggio, essenzialmente.

La distanza è più culturale che fisica. Più nelle abitudini che ormai fanno parte della quotidianità. Della libertà e dell’autonomia che ho.

*

Avevo solo un proposito per l’inizio di questo 2019: provare veganuary (il mese vegano). Fallito più o meno al giorno 2, posso dire che finora sto procedendo a un passo di 90% vegetariana e che punto a trasformarlo in 100% vegetariano entro la fine dell’anno.

Un altro proposito è entrato in corsa, invece, alla mezzanotte: basta essere accondiscendente con le persone. Al primo posto ci sono solo e soltanto io.

Sono stanca di chi compare per poi sparire, di chi c’è come primadonna, di chi non ascolta i miei bisogni.

Forse vorrà perdere un po’ di persone.

Probabilmente vorrà dire trovare un po’ di me stessa.

 

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Di domenica.

E’ di nuovo domenica; un giorno di sole, gli occhi pesanti, le occhiaie nere.

Un altro giorno di lavoro, in cui vorrei rimanere a casa e fare altro.

Ultimamente non sono al massimo, non sono motivata, ogni giorno si assomiglia un po’ all’altro e oltre a insegnare alle persone nuove non c’è molto altro che mi sorprenda. Se faccio un errore sembra spesso una catastrofe. Lavorare così a stretto contatto con qualcuno a volte è esagerato.

*

Non so se sia l’ansia della fine dell’anno. Del momento in cui c’è il voto per l’evento aziendale di fine anno dove si ritrovano tutti i manager del mondo e si fa un incontro di tre giorni con quello che sarà il futuro.

Sento di essere in lizza per vincere, eppure non ne sono sicura.

Insicurezza.

Credo che sia una delle mie caratteristiche principali. Ci credo, credo in me, sono convinta e poi qualcosa entra in quella apertura minima e apre una voragine.

A quelle due persone non sto molto simpatica; quell’altra persona è più vivace e vitale di me; ics dà più energia; sono troppo seria; io so organizzare un funerale e non una festa e quindi sono una persona noiosa; sono brava ma non abbastanza; e così via.

Vorrei riuscire a fermare la voce che c’è nella mia testa. Non dico ogni giorno, ma ogni tanto, nei momenti più intensi almeno.

Vorrei aver imparato a convivere con gli attacchi d’ansia e la sensazione di star soffocando.

*

Nell’ultimo anno sono comparse sul mio corpo sei nuove cicatrici. Quasi tutte bruciature che hanno lasciato segni di dimensioni abbastanza importanti e che ogni tanto qualcuno guarda, in un misto tra curioso e infastidito da qualcosa di brutto.

*

Sono uscita con M. (oh, un’altra emme nella mia vita!). Siamo stati seduti su un divano nel mezzo di uno dei centri commerciali più grossi di questa metropoli. Mi sono sentita stranita, è una delle cose che ho sempre snobbato mentre ero in Italia, eppure è la cosa più facile da fare quando sei sempre così di fretta.

Gli ho raccontato di quando a sedici anni mi sono tagliata e la ferita non si è rimarginata per un mese circa. Sei andata al pronto soccorso per farti mettere i punti? Ho inarcato le sopracciglia e sorriso. So curarmi da sola le ferite, non ho mai avuto bisogno di punti.

Gli racconto di aver accettato che la parte suicida farà sempre parte di me, farà capolino nei giorni un po’ più complessi e l’importante per me è essere circondata da persone che ne siano al corrente e mi lascino il tempo per gestire questi pensieri quando arrivano.

*

E’ tornata l’ansia.

La votazione, l’arrivo di Dicembre, il tornare in Italia per una settimana, poter rivedere Lui, il pensiero che – in fondo – nulla cambierà mai, il non sapere cosa fare davvero tranne seguire un percorso più da adulta e lavorare sulle mie passioni, la difficoltà di avere un lavoro da 45-50 ore a settimana e fare consulenza per startup nel frattempo.

Ogni tanto tutto è troppo.

*

Leggo un libro in metropolitana.

Esco alla mia fermata. Il grande orologio della stazione segna mezzanotte.

Respiro l’aria fredda.

E’ già un altro giorno.