Giovedì notte

Immagine di aesthetic, idontwannabeyouanymore, and billie

La sveglia puntata tra cinque ore. Otto ore di lavoro. Un paio per preparare tutto. Scappare per il weekend, al momento giusto, neanche ad averlo programmato.

Due anni e mezzo da quando l’ultima persona con cui mi ero aperta mi ha augurato di morire.

Due ore e mezza da quando non riesco a fare altro che piangere.

Due mesi sempre insieme.

Mi hai aiutata a decorare casa, a capire come pronunciare i nomi improponibili che le città hanno qui, ad amare di nuovo.

Mi fai sentire così stupida. Sto  provando a farmi aiutare per tornare a essere una persona con cui sia facile passare del tempo, ché più cresco più diventa difficile avvicinarmi a chiunque. L’abitudine estrema a stare da sola.

Nulla è mai abbastanza.

Io non sono mai abbastanza.

Notte d’estate

Forse la più calda nella terra dei tulipani.

Il termostato in casa segna 33 gradi, il ventilatore ordinato online non è mai arrivato e le persone sono per strada ancora a bere, sperando che una birra li faccia sentire meglio.

*

Sulla via che dal lavoro mi porta a casa faccio diverse cose. Ogni tanto mangio. Ogni tanto parlo con E. e S., ma a loro ci arrivo dopo, ché mi fa sempre sorridere come nella mia vita, qualunque sia la nazione di cui si parla, è solo un girare di persone i cui nomi iniziano per e, s ed m.

Ogni tanto leggo le parole delle artiste che mi piacciono e mi perdo nei loro mondi. Mi chiedo perché non riesco a scrivere così anche io. Perché ho smesso? Cosa mi blocca?

*

Ormai è un mese che esco sia con E. che S., entrambi consapevoli uno dell’altro. Meno consapevole io di cosa provo davvero.

Cinque anni fa festeggiavo il primo mesiversario con m. scopando sul pavimento. Ora non c’è più niente. Ci frequentiamo, dico a S. “stiamo uscendo da un mese, che roba strana”, lui sorride, mi dice che ha smesso di chiedermi se voglio fermarmi da lui perché mi impanico ogni volta e gli va bene se resto a dormire, se a me va bene non trovare niente per colazione. Se hai un po’ di latte e mi lasci prepararti il caffè, va bene così. E accordo sia.

*

Ci sono così tante cose che mi girano in testa ogni tanto, che vorrei soltanto parlare con uno psicologo. Perché sono così tanto severa con me stessa?

(nel frattempo, sono 7 anni che abito questo spazio e i miei capelli sono diventati parzialmente biondi)

Il mare del Nord

Quando ero piccola immaginavo il Mare del Nord come un mare freddissimo.

Mi ritrovo a prendere un po’ di sole, sedermi sulla spiaggia e scrivere di fronte a questo mare che tanto mi affascinava da bambina.

Mi ritrovo a scrivere perlopiù in inglese, che è la lingua in cui penso prevalentemente e me ne sorprendo. Me ne rendo conto quando, dopo qualche riga, metto una parola in italiano e vedo le desinenze cambiare.

*

A otto anni sognavo di vivere in Scandinavia, a venti di trasferirmi ad Amsterdam, a quasi trenta mi ritrovo un pochino più a sud della capitale.

Sono palesemente straniera, eppure le persone in parlano in Olandese e ancora capisco davvero poco. Alcune cose le intuisco, altre non le capisco proprio, chiedo scusa e di poter parlare in inglese. Ogni tanto sono seccati, ogni tanto sono gentili.

*

Vorrei comprare una macchina fotografica nuova, vorrei fare più foto, vorrei fare più ritratti e scrivere più storie.

Ho bisogno di tornare a creare; è una parte così fondamentale di me che ho trascurato negli ultimi anni.

Mi chiedo se sia pronta a condividere qualcosa mettendoci la faccia e la risposta è che non sarò mai pronta, perché sono una grande fan della privacy e del non parlare delle cose che fanno male. Non voglio parlare di disturbi alimentari e di un cuore che continua a spezzarsi, probabilmente perché mi piacciono sempre delle persone non adatte a me.

E’ necessario parlarne? Quelli che hanno un sacco di successo come story teller raccontano davvero queste cose? In realtà no. Ci passano con leggerezza accanto, senza mai fare nomi, senza mai delineare.

Posso esserne in grado? Forse.

Vorrei ricominciare da capo.

Mi sono fatta una promessa.

Resto in riva al mare del Nord, guardando i gabbiani cadere in picchiata e i corvi mangiare plastica.

Il mondo ogni tanto fa schifo, io però voglio vederne il bello.

Apnea

Gli attacchi d’ansia che mi vengono durante i traslochi mi fanno venir voglia di rannicchiarmi a letto e sparire un po’.

La mente divaga, nel tentativo di ignorare il modo maniacale in cui conservo certi riferimenti al passato, come un pupazzetto rosso che viene direttamente dal Giappone. E’ partito tutto da un nastrino color panna con le bandierine. Non è mica quello con cui ho fatto la copertina dell’agenda per Lui? e sbam. Ho portato dall’Italia un cazzo di nastrino che ho usato anni fa per fargli un regalo; lui che a me di regali non ne ha mai fatti in tutti questi anni. Non che gliene abbia mai chiesti, né che le cose materiali alla fine valgano di più di una serie di gesti e accortezze.

*

Una persona anni fa mi diceva che c’era dei turmoil. Credo che sia quello che provo io nel mix letale di trasloco da organizzare mentre lavoro, senza periodo di trasferimento, senza vacanze, di rientro da un matrimonio in Italia durante il quale ho rivisto il mio scopamico, che porcaputtanaquantoèfigo.

Che poi rimango sempre molto scettica su questo concetto di scopamicizia.

Rimango a osservare quello che la distanza sta facendo.

*

T. mi dice che è folle che io non abbia un ragazzo.

Quando mi ha fatto dannare, quando l’ho conosciuto. Quante bestemmie mi ha fatto tirare. Quanti discorsi in quante cazzo di maniere diverse gli ho fatto.

Lui di Hong Kong, io italiana. Stiamo progettando di viaggiare insieme dopo mesi passati a non capirci.

*

S. sostiene che quando trasloco abbasso le difese.

Sarà per questo che mi sono avvicinata così tanto a O., che poi è tornato a casa sua in Scozia.

Dell’adolescenza mi manca la spensieratezza e la leggerezza con cui si affronta il tempo. A sedici anni tre settimane sarebbero state il record di una storia d’amore. Ora tre settimane sono abbastanza per frequentarci e capire che non se ne può fare niente.

*

Di Londra non mi mancherà la cocaina, né la follia di un certo stile di vita.

Mi mancherà il poter essere quello che voglio, quando voglio.

Non sono più quella che ero quando mi è stato regalato quel pupazzetto rosso e, finalmente, non ne sento più il bisogno.

Il nastrino è finito nel cestino.

Ripresentarsi

Dicono che di tanto in tanto bisogna ripresentarsi sui propri social.

Forse fa bene anche farlo su un diario che ha più post salvati nelle bozze che pubblicati e che raccoglie i miei sentimenti da sette anni a questa parte, se non qualcosina di più.

Mi chiamo M. e sono nata nel centro di quella città che Dargen canta, dicendo per l’Europa è Italia, per Italia è Europa.

Non ho un accento pesante, quanto più una leggera cadenza che si marca quando mi incazzo o commento spontaneamente alcuni avvenimenti con l’uso di parole dialettali.

Lo stesso succede col mio inglese, che parlo quotidianamente: ho un accento irriconoscibile. Mi danno della spagnola tanto quanto della rumena passando per tutto il Sudamerica, la Francia e Malta. Ho calcolato che circa il 5% delle 5-6 mila persone che incontro ogni mese capiscono che sono italiana. Mi chiamano una strana italiana, non so cosa significhi.

Credo che la nazionalità di una persona sia irrilevante, eppure la geografia in cui si cresce influisce estremamente sulla propria cultura e su una serie di comportamenti spesso inconsci.

Ho iniziato amoreplatonico a vent’anni o poco più, mentre preparavo un esame di estetica e andavo in palestra. Ero ingenua e piena di speranze.

Mi danno fastidio le persone che hanno le potenzialità di brillare ma si fermano alla mediocrità stagnante, così come quelle arroganti, opportuniste e stupide. Ho scoperto che ci sono persone di quarant’anni che non sanno aprire una porta né lavare un tappeto; mi domando come facciano a sopravvivere nel quotidiano e non mi do risposta.

Mi piacciono le persone timide, molto. Quelle un po’ insicure, ma che sanno di avere tutte le capacità per spaccare e che, nonostante questa consapevolezza, sono capaci di mantenere la propria dolcezza.

Vivo nel Regno Unito, mi sto trasferendo nei Paesi Bassi. Ho passato tantissimo tempo in Francia e Germania.

Dell’Inghilterra mi rimarrà l’amore per la Marmite sul pane tostato con un pochino di burro e il vegetarianismo (un po’ flessibile ancora – non riesco a dire di no a salmone e prosciutto quando mi prende la fame nervosa). Se facessi degli esami del sangue, probabilmente mi rimarrebbe anche un sacco di colesterolo.

Dell’Italia mi mancano gli amici e, a giorni alterni, la vita più semplice e più lenta. Mi manca la capacità di capire se piaccio a un ragazzo e vivere le avventure più improbabili. Mi mancano le linee delle montagne di notte. I frutti e le verdure.

Ci sono delle cose che non sono cambiate negli anni: amo raccontare storie con parole e immagini, mi piace stare a contatto con le persone, sono estremamente riservata.

Mi piace (mi è sempre piaciuto) fotografarmi il viso.

Qui, oggi, 8 maggio 2019.

La corazza che ho costruito con così tanta fatica negli anni, dopo aver abbracciato la sensibilità che mi rende così speciale, inizia a creparsi.

Forse domani entrerà un po’ di luce.

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Cambiamenti

Apro il libro di francese a una pagina casuale. La leggo ad alta voce.

“Oh, la parola pelouse mi è sempre piaciuta un sacco.”
“Cosa stai dicendo?” – abbiamo questa abitudine a parlarci quando uno dei due sta facendo la doccia, anche se sappiamo che non ci sentiamo.
“La pelouse!”
“E quindi?”
“Mi fa ridere. Significa tipo prato, ma lo chiamano pelouse“.

Penso che sia stata una delle prime parole che abbia imparato in francese, dieci anni fa, e mi ha sempre strappato un sorriso.

“Comunque col francese non dovrei avere problemi. Riesco a leggere e capire senza traduzione pagina 59 senza aver fatto ancora nessuna lezione.”
“Sì, ma tu lo parli, perché ti rimetti a studiarlo?”
“Perché capisco chi mi parla ma mi serve migliorare il mio vocabolario.”
“E poi gli olandesi parlano in inglese, che cazzo ti metti a studiarlo?”
“Quando mi diranno che non mi accettano il bancomat, voglio capirli.”
“Mah…”
“Anche gli italiani parlano inglese. Hai mai visto un italiano essere contento di parlare in inglese a uno straniero?”

Non è facile farmi cambiare idea o avere argomentazioni sufficienti.

*

Ho davanti il libro di olandese. Penso che aver preso un libro per anglofoni complichi un po’ le cose quando si parla di fonetica, ma credo in me.

Quando faccio queste cose te ne vorrei parlare. In qualche modo sento il bisogno di stare a gambe incrociate sul divano di casa tua, con un disco in sottofondo, con te che scuoti la testa perché mi cimento in sfide ogni tanto troppo ambiziose. Mi manchi alle volte ed è difficile riuscire a lasciarti del tutto andare. Pensare che non potremo neanche essere amici, quando alla fine sei stato il mio confidente per tutto questo tempo – anche se forse di un confidente non si ricorda come ti stringe i fianchi prima di venire.

*

Ogni tanto penso al medico che scrisse su un referto che conduco una vita nomade e sorrido. L’aver vissuto in tre Stati diversi negli ultimi due anni e mezzo mi dà da pensare.

Sul mio diario ho appuntato delle canzoni che mi mettono di buon umore quando faccio i pacchi del trasloco.

Come diceva il giostraio quando ero bambina: altro giro, altra corsa.

Ci rivediamo sul Continente.

13_III_2019

Vorrei poter parlare con qualcuno di quello che provo e sento che è un po’ difficile. Risulta complesso spiegare le dinamiche del luogo in cui lavoro a una persona che non ne fa parte.

Inizio a sentire la pressione, quella di cui tanto mi hanno parlato negli ultimi mesi e non vedevo arrivare.

Poi basta una chiacchierata e sbam. Hai capito perché ho deciso di parlarti, M? Perché io non giro attorno alle cose.

Girare intorno alle cose è un concetto che mi ha sempre affascinata. La mancanza di zona grigia tra l’essere vaghi e l’essere onesti. Lo spiattellarti tutto in faccia e aspettarsi che tu reagisca in un certo modo.

Un po’ come quando passi settimane e mesi a pensare che vorresti lasciare la persona con cui stai e, una mattina, ti svegli e capisci che quello è il momento di separarvi. La persona in questione non sospettava molto perché sei particolarmente brava a nascondere quello che provi e, quindi, il tuo annuncio arriva come un fulmine a ciel sereno.

Ecco, certi giorni nella mia vita mi sento nello stesso modo.

Forse perché troppe volte sono andata a parlare con le persone a pensieri già fatti e somme già tirate e ora la vita mi vuole far provare cosa si prova a posizioni opposte.

Devi provarci finché riesci, ma senza risultare falsa.
Ok, F. Ma di mio io non farei mai queste cose, quindi per forza all’inizio sembrerò falsa.

In pratica sono allo stesso punto in cui mi sono sempre fermata ad ogni tentativo iniziato negli ultimi dodici anni: faccio di tutto per arrivare al punto di essere aiutata e cambiare certi atteggiamenti e meccanismi di difesa e poi mi blocco.

Voglio davvero cambiare?

Voglio davvero essere amata dalle persone?

Voglio davvero essere bella?

Voglio davvero mettere in un cassetto i disturbi alimentari e tenerli a bada, senza usarli come scusa?

Voglio davvero prendere per mano tutti i traumi e passeggiarci insieme, come farei come con degli amici che non vedo da un po’ e che non rivedrò per un altro po’?

Oggi dopo un anno dalla domanda di cambio di residenza mi è arrivata una risposta. Nei prossimi giorni sarò ufficialmente un’italiana all’estero.

Qualche settimana fa mi è arrivata un’altra notizia. Devo tornare a togliere un po’ di cose.

Non esisterò più in Italia, se non come turista. Non ci sarà più niente di me in nessun luogo.

Forse è il momento di iniziare davvero una nuova vita e accogliere il cambiamento.