sette.due.duemiladiciannove

Vorrei poter essere come le persone mi vedono.

Finché non inizio a capire che le persone mi vedono nei modi più disparati e, alle volte, in maniera diametralmente opposta gli uni dagli altri.

Una vita di contraddizioni in cui far convivere gli opposti in un solo cervello e in un solo corpo.

*

Alle volte vado su un motore di ricerca e cerco immagini di autolesionismo. Lo faccio ogni volta che vorrei prendere un paio di trinciapollo, un coltello o un paio di forbici particolarmente appuntite e farmi del male.

Guardo le ferite sulla pelle degli altri. Guardo le cicatrici da lama. Guardo le cicatrici che mi sono rimaste e penso a quelle che se ne sono andate o che ora sono coperte dalle smagliature.

*

Sono a cena con C. e A., iniziamo a parlare, iniziamo a bere. Due gin tonic e una bottiglia di vino dopo, la mia mente inizia a vagare.

Ricordo la mia psicologa preferita. Quella a cui ho portato un regalo da uno dei miei viaggi, un regalo che teneva appeso alla parete del suo studio pieno di libri, riviste e piante, ma dalle pareti spoglie. Quella che ha avuto un tumore ed è sparita, finché l’ho incontrata per caso in un mercatino in un pomeriggio di sole. Mi ha chiesto come stessi, ho sorriso consapevole che non voleva la vera risposta. “Sto meglio”, ho detto. “Tu invece? Penso che sia più importante di sapere come stia io”. Mi ha sorriso. “Non cambierai mai.”

Probabilmente no.

E fa male come un pugno forte e ben diretto allo stomaco.

Come quando mi sto togliendo la divisa e L. mi dice “Sei troppo buona per questo mondo”, faccio una smorfia infastidita e inarco le sopracciglia. “Ci vogliono persone come te, rendi la mia vita migliore”. Mi infastidisco ancora di più, ma le sorrido.

*

Trovo incredibile come possa essere percepita come una persona dolce e buona e come una stronza di prima categoria, autoritaria e giudice, allo stesso tempo.

Trovo incredibile come solo il 10% delle persone che incontro capiscano da dove vengo.

S., psichiatra svizzero di mezza età, ogni volta che mi incontra e mi chiede come sto, aggiunge qualcosa. Spesso gli dico che non riesco a ricordarmi il suo cognome. L’ultima volta mi ha chiesto quante persone vedo a settimana. Gli ho risposto una media di mille e qualcosa. Mi ha risposto: “Incontri in un mese più persone di quante una persona media incontra in tutta la propria vita”.

*

Cosa sono? 

*

Non so se quello che sto facendo è quello che mi rende felice. Non so se voglio lasciare tutto e ricominciare a studiare.

Mi piacerebbe diventare una psicologa. Sarei brava. Ma ho voglia di ricominciare tutto da capo?

*

Guardo le immagini sul motore di ricerca.

Guardo le cicatrici.

Guardo il sangue.

Mi guardo allo specchio, con le occhiaie più scure degli ultimi mesi.

*

Mi devo muovere. Tra poco devo andare in aeroporto.

Le occhiaie non mi lasciano mai.

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Terribilmente tutto bene.

Quando ho paura, D. mi rassicura un po’. Ride, anche se ha paura anche lui, cuciniamo qualcosa insieme, ci mettiamo insieme a letto (di solito nel suo) e guardiamo un film.

D. è via per un po’ di settimane e io sono da sola a casa. Ho dormito un po’, ho pianto, ho letto un libro che non è ancora stato pubblicato con lui che mi dice sempre “Solo tu compri questi libri che non leggerebbe nessun altro”. In effetti non so quanta gente comprerebbe il libro di un medico che racconta di un numero indefinito di suoi pazienti che sono morti nelle prime 80 pagine.

La morte ha fatto sempre parte della mia vita, fin da piccola, così come i viaggi. Una parte del mio nome è stata decisa per ricordare di una persona morta precocemente; ho preso il mio primo aereo a 18 giorni.

Che uno ci creda o no, queste cose influenzano la tua personalità, il modo in cui cresci. Ti avvicini all’adolescenza con un numero abbastanza alto di funerali a cui hai partecipato e una conoscenza degli psicofarmaci che di solito le persone iniziano a capire dai 25 in su.

A sette anni ho subito il mio primo assalto sessuale.

A dieci il secondo.

A circa quindici anni conoscevo già le implicazioni sull’apparato motorio che alcuni dei medicinali per il morbo di Parkinson causano e le prime cicatrici comparivano intorno al mio corpo.

A diciannove anni ho organizzato da sola il mio primo funerale.

A ventuno anni sono stata seguita in una strada e in un negozio da un gruppo di ragazzi. Qualche mese dopo un altro ragazzo mi ha bloccata nella sua macchina e ha iniziato a seguirmi quando sono riuscita ad andarmene.

A ventidue anni ho chiuso un medico nella sala dei medici di reparto e gli ho fatto delle domande a cui volevo delle risposte. Ad oggi non riesco a dimenticare la sua faccia.

A ventitré anni mi hanno fatto vedere un piccolo tumore benigno che ho dentro da sempre e che, vista la delicatezza di dov’è, non vogliono toccare finché non cambia qualcosa.

A ventiquattro anni mi sono trovata in mezzo al primo grosso attentato vissuto in prima persona e non attraverso uno schermo.

A venticinque anni ho organizzato il funerale più doloroso finora.

A ventisei ho preso un sessantenne per il braccio e gli ho detto di sedersi su quella sedia a rotelle finché non arriva il medico e che non volevo sentire scuse, quando nessun altro gli avrebbe parlato in quel modo.

A ventisette è morto un caro amico di un tumore bruttissimo al cervello.

Stamattina volevo uscire di casa per buttare l’immondizia.

Invece ho trovato il nastro della scientifica a bloccare tutte le strade che mi circondano e il silenzio surreale che solo la morte porta con sé.

Hanno ucciso un ragazzino di 17 anni a pochi passi dalla mia porta.

Ho messo la busta fuori dalla porta, camminato per cinquanta metri, prima di girarmi su me stessa e tornare dentro.

Domani la sveglia alle 5:15 mi obbliga ad andare a lavoro e sorridere.

Le persone mi dicono ogni tanto che penso troppo o che non ho molta gioia di vivere.

Ogni volta che mi dicono queste cose vorrei rispondere chiedendo se sanno cosa si prova a toccare corpi morti, cosa si prova dopo il sesso non consensuale, cosa si prova a doversi occupare di se stessi come adulti da quando si hanno sei anni circa, se hanno mai provato a suicidarsi quando erano bambini e via dicendo.

Io in un mondo così, con alle spalle una storia così, ogni tanto non ci voglio vivere.

[e nonostante questo non tratto male nessuno, quindi le storie di “poverin*, pensa a quello che ha passato” mi fanno girare i coglioni e non le accetto.]

 

Molte delle persone che conosco hanno un tatuaggio di Londra, disegnato su una qualche parte del loro corpo. Che sia un polso, un fianco, la schiena, o qualche altra parte del corpo poco importa.

Londra, un po’ come Milano, è una città che odi oppure ami.

Quante persone scappano, oberate dal costo della vita, dalla competizione, dagli orari decisamente diversi dagli standard del proprio Paese di provenienza.

Quante persone restano e fanno di Londra casa.

*

Sono tornata in Italia dopo parecchio tempo che mancavo.

Per la prima volta mi sono sentita come se fossi fuori luogo. Come se l’Italia non fosse più il posto da cui vengo, anche se, nei fatti resterò sempre italiana.

Sorrido, ogni volta che degli Italiani all’estero mi chiedono se sia nata qui o da quanto tempo ci vivo visto che parlo con un accento strano e spesso non mi vengono le parole.
Sorrido, ogni volta che degli stranieri all’estero mi dicono che potrei essere di qualsiasi parte del Centro-Sud Europa o del Sudamerica, ma mai penserebbero all’Italia.

Qui è casa ormai; e questo include che i rapporti che hanno fatto parte della mia vita fino a prima di trasferirmi qui stiano cambiando. In peggio, essenzialmente.

La distanza è più culturale che fisica. Più nelle abitudini che ormai fanno parte della quotidianità. Della libertà e dell’autonomia che ho.

*

Avevo solo un proposito per l’inizio di questo 2019: provare veganuary (il mese vegano). Fallito più o meno al giorno 2, posso dire che finora sto procedendo a un passo di 90% vegetariana e che punto a trasformarlo in 100% vegetariano entro la fine dell’anno.

Un altro proposito è entrato in corsa, invece, alla mezzanotte: basta essere accondiscendente con le persone. Al primo posto ci sono solo e soltanto io.

Sono stanca di chi compare per poi sparire, di chi c’è come primadonna, di chi non ascolta i miei bisogni.

Forse vorrà perdere un po’ di persone.

Probabilmente vorrà dire trovare un po’ di me stessa.

 

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Di domenica.

E’ di nuovo domenica; un giorno di sole, gli occhi pesanti, le occhiaie nere.

Un altro giorno di lavoro, in cui vorrei rimanere a casa e fare altro.

Ultimamente non sono al massimo, non sono motivata, ogni giorno si assomiglia un po’ all’altro e oltre a insegnare alle persone nuove non c’è molto altro che mi sorprenda. Se faccio un errore sembra spesso una catastrofe. Lavorare così a stretto contatto con qualcuno a volte è esagerato.

*

Non so se sia l’ansia della fine dell’anno. Del momento in cui c’è il voto per l’evento aziendale di fine anno dove si ritrovano tutti i manager del mondo e si fa un incontro di tre giorni con quello che sarà il futuro.

Sento di essere in lizza per vincere, eppure non ne sono sicura.

Insicurezza.

Credo che sia una delle mie caratteristiche principali. Ci credo, credo in me, sono convinta e poi qualcosa entra in quella apertura minima e apre una voragine.

A quelle due persone non sto molto simpatica; quell’altra persona è più vivace e vitale di me; ics dà più energia; sono troppo seria; io so organizzare un funerale e non una festa e quindi sono una persona noiosa; sono brava ma non abbastanza; e così via.

Vorrei riuscire a fermare la voce che c’è nella mia testa. Non dico ogni giorno, ma ogni tanto, nei momenti più intensi almeno.

Vorrei aver imparato a convivere con gli attacchi d’ansia e la sensazione di star soffocando.

*

Nell’ultimo anno sono comparse sul mio corpo sei nuove cicatrici. Quasi tutte bruciature che hanno lasciato segni di dimensioni abbastanza importanti e che ogni tanto qualcuno guarda, in un misto tra curioso e infastidito da qualcosa di brutto.

*

Sono uscita con M. (oh, un’altra emme nella mia vita!). Siamo stati seduti su un divano nel mezzo di uno dei centri commerciali più grossi di questa metropoli. Mi sono sentita stranita, è una delle cose che ho sempre snobbato mentre ero in Italia, eppure è la cosa più facile da fare quando sei sempre così di fretta.

Gli ho raccontato di quando a sedici anni mi sono tagliata e la ferita non si è rimarginata per un mese circa. Sei andata al pronto soccorso per farti mettere i punti? Ho inarcato le sopracciglia e sorriso. So curarmi da sola le ferite, non ho mai avuto bisogno di punti.

Gli racconto di aver accettato che la parte suicida farà sempre parte di me, farà capolino nei giorni un po’ più complessi e l’importante per me è essere circondata da persone che ne siano al corrente e mi lascino il tempo per gestire questi pensieri quando arrivano.

*

E’ tornata l’ansia.

La votazione, l’arrivo di Dicembre, il tornare in Italia per una settimana, poter rivedere Lui, il pensiero che – in fondo – nulla cambierà mai, il non sapere cosa fare davvero tranne seguire un percorso più da adulta e lavorare sulle mie passioni, la difficoltà di avere un lavoro da 45-50 ore a settimana e fare consulenza per startup nel frattempo.

Ogni tanto tutto è troppo.

*

Leggo un libro in metropolitana.

Esco alla mia fermata. Il grande orologio della stazione segna mezzanotte.

Respiro l’aria fredda.

E’ già un altro giorno.

Tre minuti.

Come la durata della canzone che ascolto. Più o meno. Ché i secondi sembrano sempre dei numeri minuscoli.

Un film che mi piaceva molto quando andavo al liceo diceva ora respiriamo, vibriamo, ci rigeneriamo, i nostri cuori battono, le menti creano e le anime si espandono. 27 secondi ben usati sono tutta una vita.

Da quando lavoro dove lavoro, ho scoperto che ventisette secondi sono un numero abbastanza adeguato in cui svolgere almeno quattro attività diverse; e che in due minuti e mezzo riesco a correre per cinque piani a scale, trenta metri piani e scendere i suddetti piani, tornando al punto di partenza.

La concezione del tempo può essere così alterata, finché non vi portiamo la consapevolezza.

*

Sono seduta dietro una signora sudamericana di mezza età. Ha un telefono di medie dimensioni, a differenza dei caratteri cubitali con cui le parole appaiono sullo schermo. Le uniche email che non cancella sono quelle dell’ospedale, in cui appaiono i dettagli delle prenotazioni delle visite di controllo per un tumore, e quelle di meetic, in cui profili di uomini di mezz’età nunca casado si alternano. Io lo spagnolo non lo capisco troppo bene, ma la signora che nasconde il telefono sotto la giacca quando un’altra ragazza le si siede accanto sì.

Da sola su un autobus diretto al sud di una grande metropoli, con il ticchettio di una malattia che avanza e la speranza che qualcuno si prenda cura di lei.

*

Non è più come mi sento, ma rispecchia come mi sono sentita gran parte della mia vita; quando non ho saputo parlare degli abusi subiti da bambina e non ho saputo chiedere aiuto nelle altre tre situazioni analoghe vissute.

Mi sono sempre sentita una vittima. Incapace di esprimere il dolore, l’ho trasformato in rabbia, nell’impossibilità di articolare i miei bisogni. Mi sono incastrata in relazioni tossiche e ho distrutto quelle che di tossico non avevano niente, respingendo persone che potevano farmi del bene.

*

Non ci parliamo da un mese e mezzo. Ogni tanto guardo la nostra ultima conversazione, in cui gli dico che mi disimbroncerò prima o poi. Dura così tanto il mio essere arrabbiata con Lui, che il giorno dopo potremmo parlare di nuovo e invece non gli scrivo e non lo voglio più fare.

Sono cinque anni che questa storia va avanti e non vorrei più avere relazioni tossiche.

*

La persona che assomiglia di più a Lui è J.

Ci siamo conosciuti quasi due anni fa, a uno scambio linguistico. Vive in un’altra capitale europea. Quando mi ci hanno mandato per lavoro, gli ho scritto subito e abbiamo passato una settimana come se fossimo una coppia. Salvo il dettaglio della sua compagna che lo aspettava a casa.

Oggi mi ha videochiamata.

Il suo sorriso ebete.
Il mio sorriso ebete.

“Dovremmo farlo più spesso”, mi dice.
“Dovresti venire a trovarla”, gli dice il mio coinquilino.
“Il mio passaporto non me lo permette”.
“Non voglio venire sempre io”.
“Partiamo per un road trip insieme”.
“Inizia a chiedere il visto.”

*

A quale parte di me risponde questo attirare persone impegnate, che non lasceranno mai le proprie compagne e che torneranno sempre da me perché sono più in linea con loro delle persone con cui decidono di condividere la quotidianità?

*

Vorrei conoscere una persona.

Ci salutiamo e scambiamo due chiacchiere quasi ogni giorno da mesi ormai. Mi ha presentata ai suoi amici, ma di lui non so quasi niente, non ho neanche il suo numero. Ai miei amici ha detto che sta cercando i miei difetti.

“I am mean.”
“It’s hard for me to imagine you mean, sorry”.

Alzo gli occhi.

Sorride.

Sorrido.

Un anno e mezzo fa avrei fatto tutto di fretta, bruciando ogni singola tappa.

Ora sono in equilibrio.

night ramblings

C’è tutta questa cosa, cioè una serie di pensieri che vanno forti e veloci, ché qui è l’una e quarantadue, ho la tosse e non prendo fiato da quando il ragazzo che mi ha detto che abbiamo parlato altre volte e io non me lo ricordavo mi ha toccato la schiena con la mano.

Ho visto un film di Bertolucci stasera. L’ho detto a un avvocato con cui mi sento ogni tanto. Mi ha risposto ridendo: “Non sapevo fossi una critica cinematografica”. “Macché critica!”, gli ho risposto. Ammetto che però incazzarsi perché non trovo Pierrot le Fou di Godard fa di me una persona un po’ intellettuale.

Continuo a vivere in uno Stato lontano ma non troppo, a distanza di sicurezza. Dalle ferite, dalla tossicità delle relazioni, dalla situazione politica da cui dissento.

Mangio vegano per 3 o 4 giorni a settimana, il resto è un mix tendente al vegetariano. Mi alleno tre volte a settimana. Vado al cinema quando riesco.

Come al solito, una volta ogni tanto, vado in crisi e mi chiedo cosa sarebbe stato della mia vita se. Una serie di ipotesi che non hanno fondamenta, tra le quali cosa sarebbe successo se il ragazzo per cui ho avuto una cotta durante gli anni del liceo non fosse stato poco reattivo? (Qui parte il film in cui mi vedo a bordo campo durante un numero tendenzialmente infinito di partite di basket).

Penso a come sarebbe la vita se avessi preso scelte meno fuori dal comune e meno dimostrative. Come sarebbe stato l’avere una vita regolare.

Immagino la convivenza con qualcuno, un lavoro d’ufficio, qualche programma per il weekend, gli aperitivi con gli amici.

E invece.

Convivo con una persona che conosco da quindici anni e più che dividerci gli spazi, li viviamo insieme come una piccola famiglia. Ogni tanto mi dice che sembriamo marito e moglie e ogni tanto rispondo alzando gli occhi e chiudendo la porta.

A lavoro sono considerata una senior ormai, con tutto quello che comporta. Principalmente belle cose però e parecchio stress.

Lavorando così tanto mi rendo conto di aver riorganizzato le mie priorità e finalmente sono io al primo posto, e il chiarire la confusione su alcuni punti legati alla mia crescita.

Sul diario di oggi ho scritto:
sono sempre più bella.

E va bene così.

 

Vuoto mattutino

Hai investito ore, giorni, anni, ma soprattutto energie e sentimenti in persone che, alla fine, ci sono solo quando hanno bisogno di ricaricarsi. Di ricordarsi che la persona con cui hanno deciso di condividere la quotidianità non li soddisfa.

Un po’ come nel film con Nicholas Hoult come protagonista. Sarà che è stato uno degli attori per cui ho avuto una cotta adolescenziale, sarà che nel film assomiglia al body builder inglese con cui ho avuto un flirt, ma il finale mi ha lasciato un po’ di amarezza.

Il messaggio che una relazione seria vuol dire sì combattere per quella persona, ma accettare la noia e la frustrazione che vengono con la quotidianità.

*

Da qualche giorno è passato il mio compleanno. Un giorno quasi catartico, come se avvicinarsi ai trenta significhi mettere a fuoco le priorità.

La persona che mi ha scritto il messaggio più bello che mi sia stato detto il giorno del mio compleanno (ndr. I don’t like mornings, but I’m happy when I share them with you. You’re our sunshine.) ha deciso che dovevo festeggiare. Dopo un po’ di resistenza, mi sono ritrovata con quattro amici al mare e al luna park.

Ho capito di aver bisogno di persone così, presenti. L’ho visto quando tutti e quattro si sono addormentati dopo pranzo, sul prato di un parco. Una delle persone presenti ha dormito 2 ore in 48 solo per stare con me. Uno ne ha dormite 4 in 36. Nessuno prima aveva mai fatto qualcosa del genere per me.

A ricordarmelo, uno di loro, con cui sono uscita qualche volta qualche mese fa. Salvo dirgli che non potevo stare con lui né volevo giocare con i suoi sentimenti, perché mi piaceva qualcun altro. Qualcun altro che dopo un bacio a San Babila e avermi promesso amore eterno, è sparito e chissà quante se ne scopa, o se sta con un’altra adesso.

A ricordarmelo, questo amico che mi guarda mentre gli altri fanno la fila al Mc e mi dice “tu potresti avere tutto quello che vuoi, se solo lo capissi”.

Lo guardo in silenzio. E invece io dove sono?

*

Da quando emmedì mi ha lasciata due settimane dopo che una delle persone più importanti della mia vita è morta, non è più lo stesso. Non so più provare sentimenti. Non provo più interesse per gli esseri umani. Non riesco a legarmi. Né tanto meno mi interessa scoparmene venti diversi; l’ho già fatto e non mi diverte più. C’è stato qualcuno di interessante. Il ragazzo rumeno di un anno in più di me, già divorziato, con cui scopavamo e litigavamo; il body builder inglese vegano con cui ho avuto una connessione come non succedeva da tanto, che non è stata abbastanza; l’urbanista irlandese che mi ha parlato di tutta la sua famiglia, salvo poi dirmi che non era pronto; il musicista inglese che mi ha guardata, mi ha detto che gli piacevo tantissimo, ma dovevo sapere che prendeva psicofarmaci.

*

Se ora lascio andare tutti, se ora vado avanti e non ci sono più per tutti quelli che decidono che fidanzate e mogli non sono abbastanza, cosa mi rimane?

 

© maegamimami