20settebre2017

Ho bisogno di scrivere, scrivere, scrivere. Senza grammatica, senza prendere fiato tra una parola e l’altra, anche se uso la punteggiatura anche quando non respiro.

Prima di partire ho promesso a quattro persone che ce l’avrei fatta a scrivere, a dare un senso a tutte quelle storie che racconto a voce, a quelle frasi che mi escono mentre parlo al telefono e S. si ferma a prendere nota.

Ho bisogno di scrivere, ma per chi? E come?

Non sono una stile Liberato, che il pezzo è fuori da un giorno e ha già un quarto di milione di visualizzazioni. Io mi avvicino di più a un quarto di dieci.

Buffo, questo voler aggiungere aggiungere, fare, avere bisogno di fare. Buffo, prima che non avevo un lavoro e adesso ne ho tre, che provo a incastrare insieme alla palestra, al fare la spesa, pagare l’affitto, continuare ad andare a vedere posti belli e fare ogni tanto festa.

Da quando sono qui ho visto tante cose che non avevo mai visto, mi sono trovata in situazioni in cui mi sarei mai trovata, ho risposto un numero indefinito di volte alla domanda: “Ma se a Milano si sta bene, perché te ne sei andata?” Ho ascoltato altre volte, soprattutto da persone più adulte di me, “hai fatto benissimo ad andartene”.

Tra qualche giorno salgo sull’ennesimo aereo, punti fedeltà per i tagli nel cuore che non si rimarginano mai.

Ho bisogno di scrivere, vedrò come, vedrò dove.

Schermata 2017-09-20 alle 08.56.47

On my way home (= la mia stazione).

 

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Non mi sono rassegnato affatto, come invece hai fatto tu.

On air: Dente – Invece tu

“Ciao. Sei libero? Ho bisogno di parlare un po’ ”
“Ehi, ciao. Dammi dieci minuti”.
“Come stai?”
“Tutto bene, dai. Si tira avanti. Tu?”
“Io un po’ un casino.”
“Perché?”
“La mia vita a volte mi sembra fin troppo surreale. Prendi lo scorso weekend. Il giorno prima ho avuto l’appuntamento più bello della mia vita, ché credevo che il nostro primo appuntamento non l’avrebbe superato nessuno. Il giorno dopo sono stata ricoverata in ospedale. Il tizio dell’appuntamento sparito.”
“Simpatico.”
“Una merda. Cosa dovrei fare?”
“Non lo so.”
“Neanche io.”
“Quindi ha superato il nostro primo appuntamento.”
“In un certo senso sì. Non c’è stata quella dolcezza che è solo tua, però è stato come quando ti immagini una cosa per tanto tempo e poi succede davvero. Continuava a guardarmi ridendo, perché diceva che era contento che fossi così felice per una cosa così piccola. Allora gli ho detto che per me non era una piccola cosa, era bellissima, era la prima volta che la facevo ed ero felice, sì.”
“E poi?”
“E poi è venuto a casa con me. E mi sono sentita come quando stavo con E. nel tragitto. Una parte di me, morta da qualche parte da quando E. non fa più parte della mia vita, ha dato segni di esistere ancora. Mi ha sorpresa.”
“Cosa intendi?”
“Da quando E. non c’è più, non ho più fatto grosse cazzate, non ho mai più rischiato così tanto quanto facevamo io e lui. Ogni tanto ci sentiamo ancora e ci ridiamo su. Ogni tanto mi chiedo se con la sua nuova ragazza sia ancora così o sia cambiato qualcosa anche per lui.”
“Ma non hai il coraggio di chiederglielo.”
“Per sentirmi dire che cosa?”
“No, infatti. Ma quindi ti hanno ricoverata in ospedale?”
“Già. I medici qui sono dei cani. Ora sono a letto da cinque giorni e oggi è il primo giorno che riesco a mangiare qualcosina. Stavo pensando di tornare in Italia per farmi visitare. Ho avuto un po’ paura.”
“C’era qualcuno con te in ospedale?”
“No.”
“Ehi.”
“Se non ci fossimo lasciati magari ora vivremmo qui insieme e ci saresti stato tu.”
“Sai che non è possibile.”
“Sai che non sono d’accordo.”
“E perché?”
“Negli ultimi cinque mesi sono morte le uniche due persone che ci tenevano legati a casa.”
“Non dire così.”
“Credi che non ci pensi ogni giorno all’immagine di lui nella bara? A tutto quello che avrei potuto fare in più? Invece non lo vedrò più e non ci posso fare niente.”
“E io non posso farci niente.”
“Ma tu hai fatto tantissimo per lui.”
“Forse hai ragione.”
“Amore, mi salutavi ogni volta al telefono perché andavi ad aiutarlo. Avresti potuto non farlo.”
“Era da tanto che non mi chiamavi così.”
“Non ti ho neanche mai detto che ti amavo. L’ho detto un paio di volte a persone per cui non lo provavo davvero e invece con te non ho mai trovato il coraggio dirtelo. Mi chiedo se avrebbe cambiato qualcosa.”
“Sai che non l’avrebbe fatto.”
“Qui direbbero qualcosa come we’re both so fucked up. Ma infatti, quando mi chiedono di te, dico che l’intera situazione fucked me up. A lot. E così è.”
“Cosa possiamo farci?”
“Vorrei solo poter riavvolgere il nastro degli ultimi dodici mesi. Loro due sarebbero ancora vivi, noi ci saremmo conosciuti poco dopo, non avrei mai accettato quel lavoro, probabilmente sarei finita in una multinazionale e quello avrebbe cambiato le cose. Forse non mi sarei trasferita qui. Una serie di forse che non hanno senso.”
“Esatto.”
“Quando torno a casa, andiamo al lago insieme? Ho bisogno di parlare un po’ con te.”
“Come quando hai guidato tre ore in mezzo alle provinciali per venirmi a prendere.”
“Che cosa dovevo fare? Eri il mio ragazzo.”
“E invece.”

Chi non muore si ripete, chi non vuole non si vede più.

 

 

 

[ndr. I medici qui sono davvero dei cani. Dopo essere stata dimessa dall’ospedale, sono peggiorata. Il secondo medico mi ha dato una dose per cavalli di una serie di medicine che mi stanno rimettendo in piedi. Passare molti giorni in un letto, senza mangiare, senza parlare, senza poter far niente, sta minando il mio umore. Passerà.]

Il tempo delle spiegazioni

Ogni cosa ha un proprio tempo e, forse, è arrivato quello per dare un senso alla confusione che ha abitato a lungo dentro di me.

Sono questi mesi in cui sto chiudendo tutte le porte lasciate socchiuse, ché è vero che avere delle situazioni a cui poter tornare senza troppi problemi è comodo, ma non è la comodità che cerco. Non è l’adagiarsi in quella che tutti ora chiamano comfort zone. E allora credo che sia arrivato il momento di chiudere anche questa porta, in maniera esplicita, e lasciare che forse un giorno assuma un’altra forma.

Ma andiamo con calma.

L’altro giorno, incontrando una persona cara e molto interessante, mi sono saltate alle orecchie due affermazioni. La prima riguardava il fatto che sia sempre così vaga nelle risposte che do, nelle cose che dico – e questo è perché ho un’ossessione per la mia privacy che sfiora il patologico. Sono gelosa delle persone che fanno parte della mia vita, gelosa del mio nome (Miyazaki docet), gelosa di tutto quello in cui non voglio intromissioni esterne. La seconda è stata una riflessione riguardo al mischiarsi del piano virtuale con quello reale.

Perché non voglio più scrivere qui?

Perché sono cresciuta, sarebbe la prima risposta che mi verrebbe da dare.
Perché il piano virtuale e quello reale – pur mantenendo la gelosia di cui sopra – si sono mischiati troppo, sarebbe la seconda risposta.
Perché non sempre apprezzo la tipologia di utenti che un blog come il mio inevitabilmente accoglie, sarebbe la terza. Forse un po’ cinica e impopolare, ma anche questo è vero.

Ultimamente, navigando su un’altra piattaforma, mi chiedevo proprio questo (in questa forma): che voglia ha la gente di investire il proprio tempo libero per ascoltare domande e sfoghi di persone che avrebbero bisogno di un aiuto reale e non di un loro circa coetaneo nascosto dietro un avatar e l’anonimato?

Questo non lo capisco. Condividere aiuta, condividere è terapeutico, ma non si può pensare che un anonimo sia in grado di sloggare i propri neuroni proprio come si fa con le credenziali di accesso a un blog. Tale anonimo ne sarebbe capace solo se fosse uno psic- (hiatra, ologo, oterapeuta…) o un essere umano a cui non frega niente di chi lo contatta. Io, purtroppo, non posso più ascoltare e assorbire storie di persone che hanno problemi seri, perché una cosa che sto imparando quest’anno è che è necessario fare di se stessi una priorità. E io non ho più energie per ascoltare persone che hanno bisogno di un sostegno terapeutico, mi dispiace (senza alcun tono polemico o accusatorio).

Così come non voglio più continuare a guardare al passato e a quello che non c’è più.

Ho passato tanto tempo a scrivere lettere qui, a mettere parole in fila, nella speranza che qualcuno che mi conosceva sia in quanto coniglio bianco sia in quanto persona con una voce e una fisicità lo leggesse.

Ricordo di quando non riuscivo più a parlare con M. e avevo paura, tanta paura. Non sapevo come avvicinarmi a lui, non conoscevo ancora tutti i suoi spigoli, ma neanche tutti i lati morbidi. Allora gli scrissi un post e glielo mandai per email, per avere la certezza che lo leggesse. Non ebbi mai risposta e, ad oggi, non ho mai ritirato fuori l’argomento.

M., quello che le mie amiche chiamano il mio grande amore, quello che mi ha spezzato il cuore, quello che non si è mai capacitato dei miei sentimenti. Dopo tanti anni lo chiamerei il ragazzo le cui braccia sono un po’ la mia casa, una casa di villeggiatura. E sono sicura che io sia lo stesso per lui, anche se non ce lo diciamo.

Può un blog entrare nella tua vita? Quando il suo spazio ha incontrato il mio, qui, sì, lo ha fatto. Ad oggi, rimane la sola persona di questo spazio che faccia davvero parte del mio quotidiano, anche se in una forma diversa rispetto a quella iniziale.

Ho conosciuto altre persone, poche. Persone che mi hanno:

  • fatta crescere,
  • fatto provare sentimenti forti,
  • fatto regali,
  • offerto una cena, una colazione, un tè o altre forme di ristoro (grazie!),
  • fatta soffrire,
  • fatto scoprire posti nuovi,
  • fatto scoprire libri e autori nuovi,
  • fatto vivere esperienze varie (alcune delle quali ho sicuramente dimenticato, perdono).

E per questo vi ringrazio, uno ad uno, anche se qui. Tutte le persone che ho deciso di incontrare (in un modo o nell’altro) mi hanno regalato delle belle ore insieme e hanno contribuito a rendermi la persona che sono oggi.

Sì, perché, come scrivevo, sono cresciuta.

Non sono più quella ragazzina che guardava un tizio fare i pesi in palestra con la netta sensazione di piacergli (sensazione poi rivelatasi vera) ma senza il coraggio di parlargli. Né quella che guardava il ragazzo biondo con la barba con cui pranzava tutti i giorni, chiedendosi se sarebbe mai potuto succedere qualcosa. Non sono più quella del primo limone con uno straniero che la sconquassa (resta il fatto che la barba ispida sulle labbra rimane una delle cose che tutt’ora mi fa più male). Non sono più quella che non conosce gli spigoli del ragazzo di cui si sta innamorando. Né quella che non può scrivere della persona che sta frequentando. Non sono neanche più quella innamorata del proprio ragazzo, quello con cui sta progettando l’estate e il futuro, quella che finalmente aveva un po’ di calore dentro.

Sono una persona diversa, ora.

Mi chiedo se, incontrando di nuovo alcune persone, saprebbero riconoscermi. Se noterebbero lo sguardo che è cambiato, le piccole rughe d’espressione che iniziano a uscire, insieme ai primi capelli bianchi. Se saprebbero notare la stanchezza mista a quella tranquillità che mi attribuiscono.

“Ti vedo molto più serena, sai?” – questo quello che mi dicono tutti (tutti davvero) quelli che non mi vedevano da un po’.

Sono una persona che sta cercando il proprio posto nel mondo, con una mappa in una mano e il cuore nell’altra.

Ogni tanto la mano in cui sta il cuore me la stringe qualcuno. A volte per una notte, a volte per qualche giorno, a volte per quella che sembra essere una vita.

Non lo so dove sto andando e non voglio che questo spazio mi riporti sempre al punto di partenza.

Per ora non è qui che posso prendere un’altra forma, altra forma che ho già preso altrove.

In futuro non so.

Per ora vorrei solo essere a casa.

(Grazie per avermi accompagnata in questo bellissimo viaggio. Davvero.)

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Buona Pasqua a tutti! 🙂

Io oggi ho mangiato come un maialino all’ingrasso, giocato a ping pong per un’ora e mezza e deciso che il merlo che vive fuori dalla mia finestra si chiama Pietro.

Al telefono mi dicono che ho una voce molto più allegra del solito.
Io sto sempre uguale.

🙂