Tre minuti.

Come la durata della canzone che ascolto. Più o meno. Ché i secondi sembrano sempre dei numeri minuscoli.

Un film che mi piaceva molto quando andavo al liceo diceva ora respiriamo, vibriamo, ci rigeneriamo, i nostri cuori battono, le menti creano e le anime si espandono. 27 secondi ben usati sono tutta una vita.

Da quando lavoro dove lavoro, ho scoperto che ventisette secondi sono un numero abbastanza adeguato in cui svolgere almeno quattro attività diverse; e che in due minuti e mezzo riesco a correre per cinque piani a scale, trenta metri piani e scendere i suddetti piani, tornando al punto di partenza.

La concezione del tempo può essere così alterata, finché non vi portiamo la consapevolezza.

*

Sono seduta dietro una signora sudamericana di mezza età. Ha un telefono di medie dimensioni, a differenza dei caratteri cubitali con cui le parole appaiono sullo schermo. Le uniche email che non cancella sono quelle dell’ospedale, in cui appaiono i dettagli delle prenotazioni delle visite di controllo per un tumore, e quelle di meetic, in cui profili di uomini di mezz’età nunca casado si alternano. Io lo spagnolo non lo capisco troppo bene, ma la signora che nasconde il telefono sotto la giacca quando un’altra ragazza le si siede accanto sì.

Da sola su un autobus diretto al sud di una grande metropoli, con il ticchettio di una malattia che avanza e la speranza che qualcuno si prenda cura di lei.

*

Non è più come mi sento, ma rispecchia come mi sono sentita gran parte della mia vita; quando non ho saputo parlare degli abusi subiti da bambina e non ho saputo chiedere aiuto nelle altre tre situazioni analoghe vissute.

Mi sono sempre sentita una vittima. Incapace di esprimere il dolore, l’ho trasformato in rabbia, nell’impossibilità di articolare i miei bisogni. Mi sono incastrata in relazioni tossiche e ho distrutto quelle che di tossico non avevano niente, respingendo persone che potevano farmi del bene.

*

Non ci parliamo da un mese e mezzo. Ogni tanto guardo la nostra ultima conversazione, in cui gli dico che mi disimbroncerò prima o poi. Dura così tanto il mio essere arrabbiata con Lui, che il giorno dopo potremmo parlare di nuovo e invece non gli scrivo e non lo voglio più fare.

Sono cinque anni che questa storia va avanti e non vorrei più avere relazioni tossiche.

*

La persona che assomiglia di più a Lui è J.

Ci siamo conosciuti quasi due anni fa, a uno scambio linguistico. Vive in un’altra capitale europea. Quando mi ci hanno mandato per lavoro, gli ho scritto subito e abbiamo passato una settimana come se fossimo una coppia. Salvo il dettaglio della sua compagna che lo aspettava a casa.

Oggi mi ha videochiamata.

Il suo sorriso ebete.
Il mio sorriso ebete.

“Dovremmo farlo più spesso”, mi dice.
“Dovresti venire a trovarla”, gli dice il mio coinquilino.
“Il mio passaporto non me lo permette”.
“Non voglio venire sempre io”.
“Partiamo per un road trip insieme”.
“Inizia a chiedere il visto.”

*

A quale parte di me risponde questo attirare persone impegnate, che non lasceranno mai le proprie compagne e che torneranno sempre da me perché sono più in linea con loro delle persone con cui decidono di condividere la quotidianità?

*

Vorrei conoscere una persona.

Ci salutiamo e scambiamo due chiacchiere quasi ogni giorno da mesi ormai. Mi ha presentata ai suoi amici, ma di lui non so quasi niente, non ho neanche il suo numero. Ai miei amici ha detto che sta cercando i miei difetti.

“I am mean.”
“It’s hard for me to imagine you mean, sorry”.

Alzo gli occhi.

Sorride.

Sorrido.

Un anno e mezzo fa avrei fatto tutto di fretta, bruciando ogni singola tappa.

Ora sono in equilibrio.

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Non mi sono rassegnato affatto, come invece hai fatto tu.

On air: Dente – Invece tu

“Ciao. Sei libero? Ho bisogno di parlare un po’ ”
“Ehi, ciao. Dammi dieci minuti”.
“Come stai?”
“Tutto bene, dai. Si tira avanti. Tu?”
“Io un po’ un casino.”
“Perché?”
“La mia vita a volte mi sembra fin troppo surreale. Prendi lo scorso weekend. Il giorno prima ho avuto l’appuntamento più bello della mia vita, ché credevo che il nostro primo appuntamento non l’avrebbe superato nessuno. Il giorno dopo sono stata ricoverata in ospedale. Il tizio dell’appuntamento sparito.”
“Simpatico.”
“Una merda. Cosa dovrei fare?”
“Non lo so.”
“Neanche io.”
“Quindi ha superato il nostro primo appuntamento.”
“In un certo senso sì. Non c’è stata quella dolcezza che è solo tua, però è stato come quando ti immagini una cosa per tanto tempo e poi succede davvero. Continuava a guardarmi ridendo, perché diceva che era contento che fossi così felice per una cosa così piccola. Allora gli ho detto che per me non era una piccola cosa, era bellissima, era la prima volta che la facevo ed ero felice, sì.”
“E poi?”
“E poi è venuto a casa con me. E mi sono sentita come quando stavo con E. nel tragitto. Una parte di me, morta da qualche parte da quando E. non fa più parte della mia vita, ha dato segni di esistere ancora. Mi ha sorpresa.”
“Cosa intendi?”
“Da quando E. non c’è più, non ho più fatto grosse cazzate, non ho mai più rischiato così tanto quanto facevamo io e lui. Ogni tanto ci sentiamo ancora e ci ridiamo su. Ogni tanto mi chiedo se con la sua nuova ragazza sia ancora così o sia cambiato qualcosa anche per lui.”
“Ma non hai il coraggio di chiederglielo.”
“Per sentirmi dire che cosa?”
“No, infatti. Ma quindi ti hanno ricoverata in ospedale?”
“Già. I medici qui sono dei cani. Ora sono a letto da cinque giorni e oggi è il primo giorno che riesco a mangiare qualcosina. Stavo pensando di tornare in Italia per farmi visitare. Ho avuto un po’ paura.”
“C’era qualcuno con te in ospedale?”
“No.”
“Ehi.”
“Se non ci fossimo lasciati magari ora vivremmo qui insieme e ci saresti stato tu.”
“Sai che non è possibile.”
“Sai che non sono d’accordo.”
“E perché?”
“Negli ultimi cinque mesi sono morte le uniche due persone che ci tenevano legati a casa.”
“Non dire così.”
“Credi che non ci pensi ogni giorno all’immagine di lui nella bara? A tutto quello che avrei potuto fare in più? Invece non lo vedrò più e non ci posso fare niente.”
“E io non posso farci niente.”
“Ma tu hai fatto tantissimo per lui.”
“Forse hai ragione.”
“Amore, mi salutavi ogni volta al telefono perché andavi ad aiutarlo. Avresti potuto non farlo.”
“Era da tanto che non mi chiamavi così.”
“Non ti ho neanche mai detto che ti amavo. L’ho detto un paio di volte a persone per cui non lo provavo davvero e invece con te non ho mai trovato il coraggio dirtelo. Mi chiedo se avrebbe cambiato qualcosa.”
“Sai che non l’avrebbe fatto.”
“Qui direbbero qualcosa come we’re both so fucked up. Ma infatti, quando mi chiedono di te, dico che l’intera situazione fucked me up. A lot. E così è.”
“Cosa possiamo farci?”
“Vorrei solo poter riavvolgere il nastro degli ultimi dodici mesi. Loro due sarebbero ancora vivi, noi ci saremmo conosciuti poco dopo, non avrei mai accettato quel lavoro, probabilmente sarei finita in una multinazionale e quello avrebbe cambiato le cose. Forse non mi sarei trasferita qui. Una serie di forse che non hanno senso.”
“Esatto.”
“Quando torno a casa, andiamo al lago insieme? Ho bisogno di parlare un po’ con te.”
“Come quando hai guidato tre ore in mezzo alle provinciali per venirmi a prendere.”
“Che cosa dovevo fare? Eri il mio ragazzo.”
“E invece.”

Chi non muore si ripete, chi non vuole non si vede più.

 

 

 

[ndr. I medici qui sono davvero dei cani. Dopo essere stata dimessa dall’ospedale, sono peggiorata. Il secondo medico mi ha dato una dose per cavalli di una serie di medicine che mi stanno rimettendo in piedi. Passare molti giorni in un letto, senza mangiare, senza parlare, senza poter far niente, sta minando il mio umore. Passerà.]