Non mi sono rassegnato affatto, come invece hai fatto tu.

On air: Dente – Invece tu

“Ciao. Sei libero? Ho bisogno di parlare un po’ ”
“Ehi, ciao. Dammi dieci minuti”.
“Come stai?”
“Tutto bene, dai. Si tira avanti. Tu?”
“Io un po’ un casino.”
“Perché?”
“La mia vita a volte mi sembra fin troppo surreale. Prendi lo scorso weekend. Il giorno prima ho avuto l’appuntamento più bello della mia vita, ché credevo che il nostro primo appuntamento non l’avrebbe superato nessuno. Il giorno dopo sono stata ricoverata in ospedale. Il tizio dell’appuntamento sparito.”
“Simpatico.”
“Una merda. Cosa dovrei fare?”
“Non lo so.”
“Neanche io.”
“Quindi ha superato il nostro primo appuntamento.”
“In un certo senso sì. Non c’è stata quella dolcezza che è solo tua, però è stato come quando ti immagini una cosa per tanto tempo e poi succede davvero. Continuava a guardarmi ridendo, perché diceva che era contento che fossi così felice per una cosa così piccola. Allora gli ho detto che per me non era una piccola cosa, era bellissima, era la prima volta che la facevo ed ero felice, sì.”
“E poi?”
“E poi è venuto a casa con me. E mi sono sentita come quando stavo con E. nel tragitto. Una parte di me, morta da qualche parte da quando E. non fa più parte della mia vita, ha dato segni di esistere ancora. Mi ha sorpresa.”
“Cosa intendi?”
“Da quando E. non c’è più, non ho più fatto grosse cazzate, non ho mai più rischiato così tanto quanto facevamo io e lui. Ogni tanto ci sentiamo ancora e ci ridiamo su. Ogni tanto mi chiedo se con la sua nuova ragazza sia ancora così o sia cambiato qualcosa anche per lui.”
“Ma non hai il coraggio di chiederglielo.”
“Per sentirmi dire che cosa?”
“No, infatti. Ma quindi ti hanno ricoverata in ospedale?”
“Già. I medici qui sono dei cani. Ora sono a letto da cinque giorni e oggi è il primo giorno che riesco a mangiare qualcosina. Stavo pensando di tornare in Italia per farmi visitare. Ho avuto un po’ paura.”
“C’era qualcuno con te in ospedale?”
“No.”
“Ehi.”
“Se non ci fossimo lasciati magari ora vivremmo qui insieme e ci saresti stato tu.”
“Sai che non è possibile.”
“Sai che non sono d’accordo.”
“E perché?”
“Negli ultimi cinque mesi sono morte le uniche due persone che ci tenevano legati a casa.”
“Non dire così.”
“Credi che non ci pensi ogni giorno all’immagine di lui nella bara? A tutto quello che avrei potuto fare in più? Invece non lo vedrò più e non ci posso fare niente.”
“E io non posso farci niente.”
“Ma tu hai fatto tantissimo per lui.”
“Forse hai ragione.”
“Amore, mi salutavi ogni volta al telefono perché andavi ad aiutarlo. Avresti potuto non farlo.”
“Era da tanto che non mi chiamavi così.”
“Non ti ho neanche mai detto che ti amavo. L’ho detto un paio di volte a persone per cui non lo provavo davvero e invece con te non ho mai trovato il coraggio dirtelo. Mi chiedo se avrebbe cambiato qualcosa.”
“Sai che non l’avrebbe fatto.”
“Qui direbbero qualcosa come we’re both so fucked up. Ma infatti, quando mi chiedono di te, dico che l’intera situazione fucked me up. A lot. E così è.”
“Cosa possiamo farci?”
“Vorrei solo poter riavvolgere il nastro degli ultimi dodici mesi. Loro due sarebbero ancora vivi, noi ci saremmo conosciuti poco dopo, non avrei mai accettato quel lavoro, probabilmente sarei finita in una multinazionale e quello avrebbe cambiato le cose. Forse non mi sarei trasferita qui. Una serie di forse che non hanno senso.”
“Esatto.”
“Quando torno a casa, andiamo al lago insieme? Ho bisogno di parlare un po’ con te.”
“Come quando hai guidato tre ore in mezzo alle provinciali per venirmi a prendere.”
“Che cosa dovevo fare? Eri il mio ragazzo.”
“E invece.”

Chi non muore si ripete, chi non vuole non si vede più.

 

 

 

[ndr. I medici qui sono davvero dei cani. Dopo essere stata dimessa dall’ospedale, sono peggiorata. Il secondo medico mi ha dato una dose per cavalli di una serie di medicine che mi stanno rimettendo in piedi. Passare molti giorni in un letto, senza mangiare, senza parlare, senza poter far niente, sta minando il mio umore. Passerà.]