Il tempo delle spiegazioni

Ogni cosa ha un proprio tempo e, forse, è arrivato quello per dare un senso alla confusione che ha abitato a lungo dentro di me.

Sono questi mesi in cui sto chiudendo tutte le porte lasciate socchiuse, ché è vero che avere delle situazioni a cui poter tornare senza troppi problemi è comodo, ma non è la comodità che cerco. Non è l’adagiarsi in quella che tutti ora chiamano comfort zone. E allora credo che sia arrivato il momento di chiudere anche questa porta, in maniera esplicita, e lasciare che forse un giorno assuma un’altra forma.

Ma andiamo con calma.

L’altro giorno, incontrando una persona cara e molto interessante, mi sono saltate alle orecchie due affermazioni. La prima riguardava il fatto che sia sempre così vaga nelle risposte che do, nelle cose che dico – e questo è perché ho un’ossessione per la mia privacy che sfiora il patologico. Sono gelosa delle persone che fanno parte della mia vita, gelosa del mio nome (Miyazaki docet), gelosa di tutto quello in cui non voglio intromissioni esterne. La seconda è stata una riflessione riguardo al mischiarsi del piano virtuale con quello reale.

Perché non voglio più scrivere qui?

Perché sono cresciuta, sarebbe la prima risposta che mi verrebbe da dare.
Perché il piano virtuale e quello reale – pur mantenendo la gelosia di cui sopra – si sono mischiati troppo, sarebbe la seconda risposta.
Perché non sempre apprezzo la tipologia di utenti che un blog come il mio inevitabilmente accoglie, sarebbe la terza. Forse un po’ cinica e impopolare, ma anche questo è vero.

Ultimamente, navigando su un’altra piattaforma, mi chiedevo proprio questo (in questa forma): che voglia ha la gente di investire il proprio tempo libero per ascoltare domande e sfoghi di persone che avrebbero bisogno di un aiuto reale e non di un loro circa coetaneo nascosto dietro un avatar e l’anonimato?

Questo non lo capisco. Condividere aiuta, condividere è terapeutico, ma non si può pensare che un anonimo sia in grado di sloggare i propri neuroni proprio come si fa con le credenziali di accesso a un blog. Tale anonimo ne sarebbe capace solo se fosse uno psic- (hiatra, ologo, oterapeuta…) o un essere umano a cui non frega niente di chi lo contatta. Io, purtroppo, non posso più ascoltare e assorbire storie di persone che hanno problemi seri, perché una cosa che sto imparando quest’anno è che è necessario fare di se stessi una priorità. E io non ho più energie per ascoltare persone che hanno bisogno di un sostegno terapeutico, mi dispiace (senza alcun tono polemico o accusatorio).

Così come non voglio più continuare a guardare al passato e a quello che non c’è più.

Ho passato tanto tempo a scrivere lettere qui, a mettere parole in fila, nella speranza che qualcuno che mi conosceva sia in quanto coniglio bianco sia in quanto persona con una voce e una fisicità lo leggesse.

Ricordo di quando non riuscivo più a parlare con M. e avevo paura, tanta paura. Non sapevo come avvicinarmi a lui, non conoscevo ancora tutti i suoi spigoli, ma neanche tutti i lati morbidi. Allora gli scrissi un post e glielo mandai per email, per avere la certezza che lo leggesse. Non ebbi mai risposta e, ad oggi, non ho mai ritirato fuori l’argomento.

M., quello che le mie amiche chiamano il mio grande amore, quello che mi ha spezzato il cuore, quello che non si è mai capacitato dei miei sentimenti. Dopo tanti anni lo chiamerei il ragazzo le cui braccia sono un po’ la mia casa, una casa di villeggiatura. E sono sicura che io sia lo stesso per lui, anche se non ce lo diciamo.

Può un blog entrare nella tua vita? Quando il suo spazio ha incontrato il mio, qui, sì, lo ha fatto. Ad oggi, rimane la sola persona di questo spazio che faccia davvero parte del mio quotidiano, anche se in una forma diversa rispetto a quella iniziale.

Ho conosciuto altre persone, poche. Persone che mi hanno:

  • fatta crescere,
  • fatto provare sentimenti forti,
  • fatto regali,
  • offerto una cena, una colazione, un tè o altre forme di ristoro (grazie!),
  • fatta soffrire,
  • fatto scoprire posti nuovi,
  • fatto scoprire libri e autori nuovi,
  • fatto vivere esperienze varie (alcune delle quali ho sicuramente dimenticato, perdono).

E per questo vi ringrazio, uno ad uno, anche se qui. Tutte le persone che ho deciso di incontrare (in un modo o nell’altro) mi hanno regalato delle belle ore insieme e hanno contribuito a rendermi la persona che sono oggi.

Sì, perché, come scrivevo, sono cresciuta.

Non sono più quella ragazzina che guardava un tizio fare i pesi in palestra con la netta sensazione di piacergli (sensazione poi rivelatasi vera) ma senza il coraggio di parlargli. Né quella che guardava il ragazzo biondo con la barba con cui pranzava tutti i giorni, chiedendosi se sarebbe mai potuto succedere qualcosa. Non sono più quella del primo limone con uno straniero che la sconquassa (resta il fatto che la barba ispida sulle labbra rimane una delle cose che tutt’ora mi fa più male). Non sono più quella che non conosce gli spigoli del ragazzo di cui si sta innamorando. Né quella che non può scrivere della persona che sta frequentando. Non sono neanche più quella innamorata del proprio ragazzo, quello con cui sta progettando l’estate e il futuro, quella che finalmente aveva un po’ di calore dentro.

Sono una persona diversa, ora.

Mi chiedo se, incontrando di nuovo alcune persone, saprebbero riconoscermi. Se noterebbero lo sguardo che è cambiato, le piccole rughe d’espressione che iniziano a uscire, insieme ai primi capelli bianchi. Se saprebbero notare la stanchezza mista a quella tranquillità che mi attribuiscono.

“Ti vedo molto più serena, sai?” – questo quello che mi dicono tutti (tutti davvero) quelli che non mi vedevano da un po’.

Sono una persona che sta cercando il proprio posto nel mondo, con una mappa in una mano e il cuore nell’altra.

Ogni tanto la mano in cui sta il cuore me la stringe qualcuno. A volte per una notte, a volte per qualche giorno, a volte per quella che sembra essere una vita.

Non lo so dove sto andando e non voglio che questo spazio mi riporti sempre al punto di partenza.

Per ora non è qui che posso prendere un’altra forma, altra forma che ho già preso altrove.

In futuro non so.

Per ora vorrei solo essere a casa.

(Grazie per avermi accompagnata in questo bellissimo viaggio. Davvero.)

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