ventidue giugno

Un giorno casuale.

Sorrido.

Ogni anno, in qualche modo, senza ricordarmi la data, apro wordpress e vedo che è passato un altro anno. Sei che abito questo spazio. Sei anni. A me sembra il giorno prima dell’altro ieri.

***

Ho finito di lavorare.

Per qualche motivo sono sempre l’ultima a lasciare lo spogliatoio.

Mi piace sedermi tre minuti, accendere il telefono dopo nove ore, vedere più o meno chi ha scritto e cosa vuole. Il necessario, il non necessario, quello che non mi interessa.

Togliermi un pezzo, poi l’altro. Infilare la testa in quello che ho deciso di indossare quel giorno. Infilare le braccia nella giacca di pelle che mi copre dal freddo della notte estiva inglese.

Esco. Chiudo la porta.

S. mi saluta. Ci vediamo solo a quest’ora, quando lei ha già cominciato il turno notturno e io vado a dormire.

“How are you, M.?”, che mi ha chiamata in un altro modo per circa sei mesi e ora mi fa strano sentirmi chiamare col mio nome.
“Tutto bene. Domani vado a vedere delle case.”
“Ti vuoi trasferire?”
“Sì.”

Le racconto della convivenza. Dell’impossibilità di dormire e usare gli spazi comuni. Del nervosismo. Delle conversazioni irreali durante le quali mi viene detto che sono una persona ostile e che trasmette rabbia.

Questo buonismo che infonde il nostro secolo e che a me non sta bene. Non voglio essere amica di tutti, non voglio dire quello che non penso. Se una persona non mi piace, lo dico. Se una persona non mi piace, non fingo di volerci avere una conversazione.

Se questo viene categorizzato come essere ostile, che sia ostile.

“Te ne devi andare, M.”
“Dovevo farlo prima probabilmente.”
“Fa niente, ma fallo. Io ero arrivata al punto in cui ho detto a mio marito che avevo tre opzioni: tornare nel mio Paese, cambiare casa o buttarmi sotto a un treno; e non scherzavo. Lui mi ha detto che ero pazza, io ho preso i miei figli e me ne sono andata. Devi farlo anche tu. Tu meriti molto meglio di questo.”

Cerco di non piangere.

Non è essere triste. Non è dirle di tutte le volte che ho pensato di togliermi la vita. Non è neanche il momento di lucidità in cui dalla bocca mi escono delle parole che suonano come se fossero dette da un’altra persona.

E’ l’aver trovato questa strana famiglia formata da persone di una decina di nazionalità diverse. Persone a cui vado bene con i chili di più, con o senza trucco, le volte che sono troppo inflessibile e quelle in cui sono morbida.

Il posto dove lavoro per me sa di casa più delle pareti che contengono il letto in cui dormo.

E alla fine, per quanto possa essere difficile resistere in questa città, sono felice.

***

Chi l’avrebbe detto sei anni fa che tutto questo sarebbe successo?

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